E se la questione dell’emigrazione fosse tutta Propaganda? L’idea mi è venuta quando ho saputo che Stellantis produce più di tutta la produzione italiana, in una singola città del Marocco. Pertanto, la domanda è: perché Ceuta? Che tipo di messaggio è stato creato e per coprire cosa?

E se la questione dell’emigrazione fosse tutta propaganda?

Un’altra domanda: l’emigrazione potrebbe essere un modo per mettere in crisi il Trattato di Schengen? Inoltre Propaganda non altera il fatto che ogni Paese diventi responsabile dei propri confini violati clandestinamente. È libero di respingere gli sbarchi e di difendere i confini senza trattati europei.

Nessuno può negarlo

Le guerre esistono, la fame esiste, le persecuzioni esistono… nessuno può negare che milioni di persone siano costrette a lasciare la propria terra. Ridurre un fenomeno tanto complesso a una semplice invenzione sarebbe un errore. Esiste però un’altra questione, forse ancora più scomoda: il modo in cui questo fenomeno viene raccontato, selezionato e trasformato in uno strumento di consenso.

E se la questione dell’emigrazione fosse tutta propaganda?

Ceuta rappresenta un caso emblematico. Una piccola enclave spagnola sulla costa africana diventa improvvisamente il centro del dibattito europeo. Le immagini fanno il giro del mondo; la politica si divide. L’emergenza migratoria sembra far ruotare tutto attorno a Ceuta, alimentando Propaganda tra l’opinione pubblica. Quasi nessuno si chiede quale realtà economica si nasconda a poche decine di chilometri da quelle immagini.

Il Nord Africa polo di sviluppo

Negli ultimi anni il Marocco è diventato uno dei principali poli industriali del Mediterraneo. Colossi internazionali hanno investito miliardi nell’automotive, nell’aerospazio, nella componentistica, nel tessile e nella logistica. La produzione cresce, le esportazioni aumentano, molte imprese europee hanno scelto di trasferire lì una parte significativa delle proprie attività grazie a costi del lavoro più bassi e a condizioni fiscali più favorevoli. Se davvero una singola area produttiva riesce a superare l’intera produzione italiana di un grande gruppo industriale, la domanda cambia completamente prospettiva.

E se la questione dell’emigrazione fosse tutta propaganda?

Forse il vero tema non è soltanto chi entra in Europa. Forse bisognerebbe chiedersi anche chi ha deciso di portare il lavoro fuori dall’Europa. Ogni fabbrica che chiude, ogni delocalizzazione, ogni investimento trasferito dove il costo del lavoro è inferiore modifica gli equilibri economici molto più profondamente di quanto riesca a raccontare una cronaca di frontiera.

La propaganda non consiste necessariamente nell’inventare una bugia. Molto più spesso consiste nello scegliere quali immagini ripetere all’infinito e quali informazioni lasciare sullo sfondo. Un fenomeno reale può essere raccontato in modo da orientare il dibattito pubblico verso una sola direzione, facendo passare in secondo piano altri aspetti altrettanto importanti.

L’effetto su Schengen

In questo scenario emerge anche un’altra riflessione. Se la pressione migratoria dovesse diventare permanente, quale sarebbe l’effetto sull’architettura dell’Unione Europea? Schengen si fonda sulla fiducia reciproca tra gli Stati e sulla gestione condivisa delle frontiere esterne. Se quella fiducia dovesse incrinarsi, ogni governo sarebbe naturalmente spinto a riprendersi il controllo dei propri confini.

Non servirebbe nemmeno abolire formalmente Schengen. Basterebbe svuotarlo progressivamente. Controlli temporanei che diventano permanenti, deroghe sempre più frequenti, governi che decidono autonomamente chi può entrare e chi deve essere respinto. Alla fine il risultato sarebbe un’Europa composta da Stati nuovamente separati da frontiere fisiche e politiche.

E se la questione dell’emigrazione fosse tutta propaganda?

Questo non significa sostenere che esista una regia unica dietro i flussi migratori o che l’immigrazione sia stata progettata per demolire Schengen. Un’affermazione del genere richiederebbe prove che oggi non esistono. Significa però osservare che una crisi reale può produrre effetti politici enormi e può essere utilizzata da governi, partiti, media e interessi economici per sostenere strategie molto diverse tra loro.

La domanda, allora, non è soltanto “perché Ceuta?”. La domanda diventa: perché alcune immagini occupano per settimane le prime pagine mentre altre realtà, come la delocalizzazione industriale, gli interessi economici nel Nord Africa o le conseguenze politiche sulla tenuta di Schengen, rimangono quasi invisibili?

Il vero terreno di scontro

Forse il vero terreno di scontro non è soltanto quello delle frontiere. Forse è quello dell’informazione. Perché ogni volta che un unico racconto monopolizza il dibattito pubblico vale sempre la pena chiedersi quale altro racconto sia rimasto fuori dall’inquadratura e, soprattutto, a chi giovi che resti nell’ombra.

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