Il ciclo non è un capriccio l’indifferenza della politica sì. L’Italia continua a riempirsi la bocca di pari opportunità, diritti delle donne e inclusione. Poi, quando milioni di lavoratrici ogni mese devono affrontare dolori che in molti casi sono invalidanti, lo Stato scompare. La legge non riconosce un congedo mestruale e la risposta è sempre la stessa: consumare giorni di ferie, ricorrere alla malattia quando è possibile oppure andare comunque al lavoro e soffrire in silenzio. Chi è più fortunata trova un’azienda che concede smart working, flessibilità o qualche permesso aggiuntivo. Ma è welfare aziendale, non un diritto. Se il datore di lavoro non lo prevede, la lavoratrice resta sola.

Il ciclo non è un capriccio

È incredibile che un Parlamento capace di discutere per mesi di qualsiasi argomento non riesca a trovare il tempo per affrontare un problema che riguarda milioni di donne. Ancora più sorprendente è che, con una presenza femminile mai così ampia nelle istituzioni, nessuna sia riuscita a trasformare questa battaglia in una vera priorità politica. Le quote sono servite ad aumentare le presenze, ma non hanno ancora prodotto una riforma capace di cambiare la vita di chi ogni mese deve scegliere tra salute e stipendio.

l’Europa va avanti da sola

L’Europa, nel frattempo, va avanti. La Spagna ha introdotto nel 2023 il congedo mestruale per le donne affette da mestruazioni invalidanti. Il Portogallo, dal 2025, riconosce fino a tre giorni di assenza retribuita per chi soffre di endometriosi o adenomiosi. In Italia, invece, continuano a moltiplicarsi le promesse e a svuotarsi i cassetti dove finiscono i disegni di legge.

Il ciclo non è un capriccio

Non servono passerelle dell’8 marzo, campagne pubblicitarie o dichiarazioni di circostanza. Serve una legge. Anzi, serve il coraggio di ampliare il sistema dei congedi previsto dall’ordinamento, introducendo permessi retribuiti specifici per le patologie ginecologiche certificate, maggiore flessibilità lavorativa e il diritto al lavoro da remoto quando le condizioni lo consentono. Nessuno chiede privilegi. Si chiede che una malattia venga trattata come una malattia e non come un problema personale da nascondere.

Le spese?

C’è anche un altro aspetto che la politica continua a ignorare. Il ciclo mestruale comporta una spesa costante per prodotti indispensabili come assorbenti, tamponi e coppette mestruali. Non sono beni di lusso, ma strumenti necessari per la salute e l’igiene personale. Per questo dovrebbero essere completamente detraibili fiscalmente, perché nessuna donna dovrebbe sostenere un costo aggiuntivo per una condizione biologica naturale. Se lo Stato pretende di parlare di uguaglianza, allora dovrebbe iniziare a eliminare anche questa forma di disparità economica.

Il ciclo non è un capriccio

La politica ama definirsi moderna e vicina ai cittadini. Lo dimostri. Perché finché una donna sarà costretta a scegliere tra le ferie, la malattia o il dolore, ogni discorso sulla parità resterà soltanto propaganda. E la propaganda, quando si scontra con la sofferenza reale, vale meno di una promessa pronunciata davanti a una telecamera.

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