Riduzione della popolazione: quando l’uomo diventa il problema… questo è ciò che progettano. Esiste un momento in cui una società smette di interrogarsi su chi devasta il pianeta e comincia invece a chiedersi quanti esseri umani sarebbero “di troppo”. È il momento in cui la civiltà indossa il camice della scienza per rendere presentabili idee che, pronunciate in altri contesti storici, avrebbero provocato orrore.

Riduzione della popolazione

Un recente studio pubblicato su WILEY Online Library, sostiene che la strada verso la sostenibilità passerebbe da una progressiva riduzione della popolazione mondiale fino a circa quattro miliardi di persone entro il 2200. Gli autori precisano di non proporre eliminazioni forzate o politiche autoritarie, ma piuttosto di un lento calo della natalità favorito da maggiori diritti, istruzione e opportunità, soprattutto per le donne. Questa è la loro posizione dichiarata.

Ma il vero punto?

Il punto, però, è un altro… le parole costruiscono le idee, le idee costruiscono le politiche, le politiche finiscono per costruire il mondo. Quando il dibattito smette di denunciare chi consuma senza limiti e inizia a discutere di quanti esseri umani sarebbe opportuno avere sul pianeta, qualcosa si è già incrinato. L’uomo non è più il soggetto da proteggere e quindi diventa il problema da contenere… a questo punto è facile pensare che, in un mondo politico dove tutto è permesso… il progetto in questione sia già partito da tanti anni.

È un ribaltamento inquietante

Le multinazionali possono continuare a divorare foreste, la finanza può continuare a trasformare la natura in merce e le industrie possono continuare a produrre secondo logiche che privilegiano il profitto rispetto alla sopravvivenza degli ecosistemi. Intanto il dito viene puntato verso le culle, verso chi nasce, verso chi ancora non ha consumato nulla.

Riduzione della popolazione: la colpa cambia indirizzo

Lo studio elenca benefici teorici: meno emissioni, meno inquinamento, meno pressione sulle risorse naturali, meno conflitti, meno povertà, meno migrazioni. Davvero il problema è il numero delle persone oppure il modello economico costruito da una minoranza che concentra ricchezze, sprechi e consumi sproporzionati?

La domanda meriterebbe di occupare ogni conferenza internazionale

Da decenni il pianeta produce cibo sufficiente per tutti, da decenni milioni di tonnellate di alimenti finiscono nella spazzatura, da decenni una parte limitata della popolazione mondiale produce una quota enorme delle emissioni globali… eppure il bersaglio diventa ancora una volta la crescita demografica, come se fosse la soluzione più comoda da raccontare.

Riduzione della popolazione

La storia insegna che ogni volta che qualcuno ha iniziato a classificare gli esseri umani secondo criteri di utilità, efficienza o sostenibilità, la dignità della persona ha cominciato lentamente a perdere valore. Prima arrivano le statistiche, poi gli algoritmi, poi le teorie e infine qualcuno decide che alcune vite pesano meno di altre.

La sostenibilità è una necessità

Nessuno lo mette in discussione! Ridurre gli sprechi, difendere gli ecosistemi, innovare i sistemi produttivi sono obiettivi indispensabili. Trasformare invece la presenza dell’uomo nella principale variabile da comprimere significa imboccare una strada culturalmente insostenibile e falsa… come dicevo prima il problema non è il cibo, infatti finisce al macero, il problema è ridistribuirlo in maniera equa… proprio come la ricchezza e l’energia.

Convincersi che il valore di una vita possa essere misurato con un grafico

Perché il rischio non è soltanto quello di avere meno persone. Il rischio è arrivare a convincersi che il valore di una vita possa essere misurato con un grafico. In quel momento una civiltà, convinta di salvare il pianeta, potrebbe smarrire definitivamente la propria umanità.

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