Immaginiamo che Sigfrido Ranucci sapesse. Immaginiamo che la bomba non fosse soltanto l’iniziativa delirante di un amico, ma un progetto concertato, studiato, calibrato affinché producesse paura senza produrre sangue. Una messa in scena criminale costruita per trasformare un giornalista contestato in un simbolo nazionale della libertà minacciata. Quale straordinaria macchina promozionale sarebbe stata?

Immaginiamo che Sigfrido Ranucci sapesse

Un’automobile distrutta davanti casa, la politica costretta alla solidarietà, i giornali schierati, le telecamere accese. Ranucci non sarebbe più soltanto il conduttore di Report. Diventerebbe l’uomo che i poteri occulti vogliono fermare, il giornalista intoccabile, il possibile leader perseguitato prima ancora di scendere in politica.

Lavitola, l’amico, avrebbe avuto tutto l’interesse a costruire quella consacrazione. Da anni parlava di popolarità, sondaggi, candidatura, Presidenza del Consiglio. Dietro l’ascesa dell’amico avrebbe potuto sistemare anche se stesso: consigliere, stratega, produttore, uomo nell’ombra del nuovo personaggio politico.

La telefonata delle 3:56

Due ore di conversazione attraverso Signal, dopo la perquisizione subita da Lavitola. Una parte viene registrata. I due parlano degli elementi raccolti, di Gomes, della presenza vicino alla casa, delle possibili spiegazioni da offrire. Ranucci ripete: “Comunque vada, non c’è un movente”.

Se fossero stati entrambi d’accordo, quella telefonata assumerebbe un significato completamente diverso. Non sarebbe il dialogo tra una vittima incredula e un amico sospettato. Sembrerebbe una verifica degli alibi, una ricognizione dei danni, il tentativo di comprendere quanto gli investigatori avessero scoperto.

Immaginiamo che Sigfrido Ranucci sapesse

Perché utilizzare Signal nel cuore della notte? Perché parlare per due ore? Perché cercare insieme spiegazioni sulla presenza di Lavitola e Gomes vicino alla villetta? Perché rassicurare l’uomo indicato come possibile mandante sostenendo che mancasse un movente?

Un giornalismo realmente investigativo deve poter formulare anche l’ipotesi più scomoda: una bomba trasformata in investimento mediatico, una paura utilizzata come moltiplicatore di consenso, un attentato concordato per proteggere una carriera e prepararne un’altra.

Che incredibile scenario…

Lo scenario sarebbe mostruoso. Significherebbe manipolare l’opinione pubblica, ingannare la Rai, sfruttare la solidarietà politica, utilizzare la libertà di stampa come scudo e l’esplosivo come strumento pubblicitario.

Tutto questo rimane un’ipotesi, non una verità accertata. Tuttavia le coincidenze, le telefonate, l’amicizia, i progetti politici e le spiegazioni cercate insieme impongono domande.

Immaginiamo che Sigfrido Ranucci sapesse

Chi indaga dovrà stabilire se Ranucci fu vittima inconsapevole oppure possibile attore di una rappresentazione costruita intorno alla propria figura. Perché se la bomba fosse stata concordata, non avremmo davanti soltanto un attentato simulato. Avremmo la più feroce campagna pubblicitaria mai organizzata sulla pelle della verità.

© Fabio Fiorina

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