Polizia locale di Subiaco, la fiducia tradita e il silenzio che inquieta. La vicenda dei due agenti della Polizia Locale di Subiaco, sorpresi in uniforme insieme a un pusher nella zona dei Parioli, secondo l’ipotesi investigativa mentre si stavano recando ad acquistare cocaina, rappresenta uno di quei fatti che avrebbero dovuto occupare per settimane le pagine dei giornali e il dibattito pubblico. Invece è accaduto l’esatto contrario. I fatti risalgono al dicembre 2025 e, dopo il clamore iniziale, sulla vicenda è progressivamente calato il silenzio.
Polizia locale di Subiaco e pusher romani
Un silenzio che, dopo oltre un anno, appare ancora più inquietante perché non riguarda soltanto l’evoluzione dell’inchiesta, ma il modo stesso in cui una parte dell’informazione decide quali notizie meritino di essere ricordate e quali, invece, possano essere dimenticate. Quel controllo dei carabinieri avvenne quasi per caso. Vedendo due uomini in divisa all’interno di un’auto insieme a un’altra persona, i militari pensarono inizialmente di trovarsi davanti alla classica truffa del finto agente. Solo dopo il controllo emerse che quei due uomini erano realmente appartenenti alla Polizia Locale e che, secondo l’ipotesi investigativa, si trovavano insieme a uno spacciatore per acquistare cocaina.
Che molti poliziotti facciano uso di droga…
Che molti poliziotti, divisa o non, sequestrano e facciano uso di droga questo è risaputo. Spesso, dopo i sequesti, spariscono decine di kg di droga per poi ritornare sul mercato (magicamente direi) o ridistribuita per fare giocare i poliziotti stessi. Il problema però, in questo caso, non è questo, che i poliziotti pippino è una questione quasi normale. Il problema, in questo caso, è il fatto che, anche conoscendo nome e cognome e essere stati fermati dai carabinieri, la vicenda è scomparsa dai radar. Questo è il sistema mafioso italiano e mi viene da dire, visto che la maggior parte dei carabinieri o poliziotti in generale sono di origine meridionale, la relazione, anche se silenziosa come i piccoli pesciolini delle mafie è cosa comune.
Polizia locale di Subiaco e pusher romani
Uno dei due arrivò perfino a dichiarare che la droga trovata fosse destinata esclusivamente al proprio uso personale. Un episodio gravissimo che avrebbe richiesto un approfondimento costante, non soltanto per accertare eventuali responsabilità individuali, ma anche per comprendere se esistessero problemi più profondi all’interno del corpo di Polizia Locale. In questo caso si tratterebbe comunque di una confessione buttata nel cesso quindi, quello che abbiamo trovato e ipotizzato è una lunga spregevole relazione tra: magistratura, polizia locale, e criminalità circostante. Tutto sembra essere stato rapidamente archiviato dal circuito mediatico, come se il trascorrere del tempo fosse sufficiente a cancellare il dovere di informare.
Un quadro molto ampio
Ma il quadro diventa ancora più pesante se si osserva ciò che emerge dalla stessa realtà amministrativa. Nella medesima vicenda istituzionale compare infatti anche l’ex comandante della Polizia Municipale, David Bonuglia, sottoposto agli arresti domiciliari. Nei suoi confronti la Procura contesta reati di estrema gravità: corruzione, concussione, peculato, falso e violenza privata. Contestazioni pesantissime che delineano un’inchiesta di grande rilevanza pubblica, fermo restando il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva. A questi elementi si aggiunge anche un ulteriore sviluppo processuale. I legali dell’ex comandante hanno infatti chiesto la restituzione degli atti al pubblico ministero, una richiesta che sarà valutata dall’autorità giudiziaria competente. È un passaggio tecnico del procedimento, ma conferma come l’intera vicenda sia tutt’altro che conclusa e continui a svilupparsi nelle aule di giustizia.
Polizia locale di Subiaco e pusher romani
A questo punto diventa inevitabile porsi una domanda. Come è possibile che una vicenda di questa portata sia praticamente scomparsa dal dibattito pubblico? Perché una parte della stampa sembra ricordarsi di questi fatti soltanto nel momento dello scandalo, salvo poi spegnere completamente i riflettori quando le indagini proseguono? Il giornalismo non dovrebbe funzionare così. Non è sufficiente pubblicare il titolo sensazionalistico per qualche giorno e poi passare alla notizia successiva. Il dovere dell’informazione è accompagnare i cittadini lungo tutto il percorso della vicenda, raccontarne gli sviluppi, verificare le decisioni della magistratura, informare con equilibrio e continuità. Diversamente, il rischio è che il silenzio diventi una forma di rimozione collettiva.
Cittadini e verità insabbiata
I cittadini hanno il diritto di conoscere ciò che accade all’interno delle istituzioni, soprattutto quando sono coinvolti uomini che indossano una divisa e che ogni giorno rappresentano lo Stato. La credibilità delle istituzioni non si difende nascondendo le notizie o lasciandole cadere nell’oblio. Si difende attraverso la trasparenza, i controlli e la capacità di affrontare anche le pagine più difficili senza paura. Per questo motivo il comportamento di una parte dell’informazione merita una riflessione severa. Non si può pretendere fiducia dai cittadini se il racconto dei fatti diventa selettivo, se alcune vicende vengono inseguite fino all’ossessione mentre altre, forse più scomode, vengono rapidamente dimenticate.
Il giornalismo non può trasformarsi in un archivio della memoria a intermittenza.Seguire un’inchiesta fino alla sua conclusione non significa emettere condanne anticipate né sostituirsi ai giudici. Significa semplicemente svolgere il proprio mestiere. Perché il diritto dei cittadini a essere informati non termina con il titolo del primo giorno, ma continua fino a quando la giustizia avrà fatto il suo corso. Solo così si tutela davvero la credibilità delle istituzioni e si rafforza quel rapporto di fiducia tra Stato e cittadini che oggi, più che mai, appare profondamente compromesso.
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