Michelin, l’azienda che per decenni ha venduto pneumatici e poi si è autoproclamata arbitro della gastronomia mondiale, ha deciso che non bastava più assegnare stelle ai ristoranti. Adesso distribuisce anche grappoli alle cantine, come se il vino aspettasse da secoli il timbro di legittimazione di un marchio nato per misurare l’aderenza dell’automobile all’asfalto.
Michelin dai pneumatici alla gastronomia
La nuova Michelin Grape Selection debutta in Borgogna, uno dei luoghi più sacri della viticoltura mondiale. Un ingresso trionfale, almeno nelle intenzioni. Peccato che la festa sia durata pochissimo. Il Domaine Arnoux-Lachaux, una delle aziende più prestigiose della regione, ha infatti respinto pubblicamente il riconoscimento ricevuto. Un gesto elegante ma devastante, perché ha messo a nudo la domanda che molti si sono posti fin dall’inizio: chi ha deciso che Michelin dovesse diventare anche il tribunale universale del vino?
La risposta
La risposta della cantina è stata semplice e imbarazzante per il colosso francese. Dal 2020 l’azienda ha scelto di non sottoporre più i propri vini a classifiche, recensioni e pagelle. Tradotto: non ci interessa entrare nell’ennesimo circo delle valutazioni costruito per trasformare la cultura del vino in un mercato di bollini.
Il nuovo sistema non assegna voti alle singole bottiglie ma alle aziende. Uno, due o tre grappoli, in base alla qualità, alla continuità produttiva, al lavoro in vigna e in cantina, al rapporto con il territorio. Tutto molto affascinante sulla carta. Molto meno quando si scopre che criteri tanto complessi vengono sintetizzati in un simbolo grafico da esibire come una medaglia commerciale.
Michelin dai pneumatici al vino
Il vino esiste da migliaia di anni. Ha attraversato imperi, monasteri, rivoluzioni e generazioni di vignaioli senza aver mai avuto bisogno dei grappoli Michelin per dimostrare il proprio valore. L’impressione è che, più che celebrare la cultura del vino, si stia costruendo un nuovo mercato delle certificazioni, dove il prestigio diventa un marchio registrato e il giudizio un prodotto da vendere. Quando perfino una delle cantine più celebrate della Borgogna preferisce rinunciare al riconoscimento, forse il problema non è il vino. È chi pretende di trasformarlo nell’ennesimo esercizio di marketing.
