La Chiesa rimuove don Biancalani e lascia Cristo fuori dalla porta. Cristo non lasciò ai discepoli un regolamento per selezionare gli ultimi, lasciò un comando limpido: “Ero straniero e mi avete accolto”. Quelle parole non sono una decorazione liturgica, sono la misura con cui il Vangelo giudica ogni comunità cristiana. Oggi quella misura inchioda la Chiesa centrale davanti a una contraddizione tanto grave quanto dolorosa. Don Massimo Biancalani viene rimosso non per aver tradito il sacerdozio, ma per averlo vissuto fino alle conseguenze più scomode. Il Dicastero per il Clero ha respinto il suo ricorso, confermando un provvedimento fondato sulla cosiddetta opportunità pastorale. Nessuna violazione disciplinare, nessuno scandalo morale, nessun tradimento della propria missione sacerdotale.
La Chiesa rimuove don Biancalani e lascia Cristo fuori
La colpa reale appare diversa: avere aperto porte che molti preferivano sprangate. Vicofaro aveva accolto fino a duecento migranti, trasformando canonica e chiesa in rifugi concreti contro abbandono, paura, solitudine. Proprio lì il Vangelo smetteva di essere una lettura domenicale e diventava pane, riparo, presenza, protezione. La Chiesa avrebbe dovuto sostenere quell’esperienza, correggerne le fragilità, mobilitare risorse, distribuire responsabilità, chiedere aiuto alle altre parrocchie. Ha preferito rimuovere il sacerdote che rendeva visibile ciò che l’istituzione non voleva più vedere.
La Chiesa che affonda
Le criticità igieniche andavano affrontate, le tensioni governate, le paure dei residenti ascoltate con serietà. Nessun problema, però, può diventare l’alibi per cancellare l’accoglienza e punire chi la pratica. Quando una casa ospita duecento persone, il fallimento non appartiene soltanto a chi apre quella casa, appartiene soprattutto alle istituzioni che osservano, criticano, si tirano indietro, poi accusano il volontario rimasto solo. La diocesi e la Chiesa romana potevano costruire una rete, assicurare strutture adeguate, personale, mediazione, cure, sicurezza.
La Chiesa rimuove don Biancalani e lascia Cristo fuori
Hanno scelto la strada amministrativa, la più fredda, la più comoda, la meno evangelica. Questa decisione racconta una Chiesa capace di proteggere l’ordine, ma incapace di riconoscere Cristo quando disturba quell’ordine. Il Nazareno non bussava con documenti regolari, non chiedeva permesso ai potenti, non subordinava la misericordia al consenso. Stava con gli esclusi, toccava gli impuri, difendeva gli accusati, mangiava con chi veniva considerato indegno. Tutte le parrocchie dovrebbero avere un don Biancalani, non per imitarne ogni scelta, ma per condividerne il coraggio. Ogni comunità dovrebbe conoscere i nomi degli ultimi, aprire spazi, coinvolgere famiglie, organizzare turni, creare accoglienza vera. Non basta celebrare Cristo nell’ostia quando lo si respinge nel corpo affamato dello straniero.
Nessun incenso può coprire il rumore di una porta chiusa davanti a chi domanda riparo
Una Chiesa che rimuove chi accoglie rischia di trasformare la prudenza in disobbedienza evangelica, un vero paradosso dottrinale. Il trasferimento all’Ufficio missionario sembrava una soluzione ordinata, ma spostava altrove il cuore concreto della questione. Don Biancalani non difendeva una carriera, difendeva persone affidate quotidianamente alla sua coscienza. Il suo rifiuto può essere discusso, ma non può cancellare la grandezza della sua scelta fondamentale. Qualcuno ha chiamato quell’accoglienza eccessiva, disordinata, ingestibile, perfino provocatoria. Tuttavia, il Vangelo stesso è eccessivo, perché non concede alla misericordia il lusso della misura conveniente. La croce non rappresenta equilibrio burocratico, rappresenta un amore che si espone, perde prestigio, accetta il rischio. Trasformare una questione evangelica in un fascicolo canonico significa ridurre la fede a procedura.
La Chiesa rimuove don Biancalani e lascia Cristo fuori
Il Clero ha esercitato il proprio potere, ma non ha dimostrato la stessa forza nel soccorrere quelle persone. La pronuncia romana chiude quasi definitivamente l’iter, ma apre una ferita morale molto più difficile da rimarginare. Restano sessanta giorni per un eventuale ricorso alla Segnatura Apostolica, senza sospensione automatica del provvedimento. Resta soprattutto una domanda: chi accoglierà quelle persone quando l’accoglienza verrà privata del suo volto più ostinato? La nuova fase annunciata dalla diocesi rischia di sembrare soltanto un ritorno alla normalità senza gli ultimi tra i banchi. Una comunità più tranquilla non è necessariamente una comunità più cristiana. Una chiesa più ordinata non è necessariamente una chiesa più fedele. Il silenzio dei poveri non certifica la pace, spesso certifica soltanto la loro espulsione.
Salvini decadente
Salvini ha festeggiato la rimozione scrivendo che “il prete dei clandestini lascia Vicofaro” e che “il tempo è galantuomo”. Quelle parole mostrano una povertà politica impressionante, perché trasformano persone in etichette e una sconfitta pastorale in trofeo. Chiamarlo “prete dei clandestini” non è una descrizione, è un tentativo di marchiare insieme il sacerdote e chi veniva accolto. Cristo, seguendo questa logica, sarebbe stato il maestro degli irregolari, il difensore degli indesiderati, il sovversivo della frontiera. Forse proprio per questo il suo messaggio continua a spaventare chi costruisce consenso sulla paura.
La Chiesa rimuove don Biancalani e lascia Cristo fuori
Un ministro può discutere legalità, sicurezza, gestione dei flussi, responsabilità pubbliche. Non può gioire davanti alla punizione di un sacerdote soltanto perché quel sacerdote ha scelto gli stranieri. Quella gioia non appartiene alla politica autorevole, appartiene alla propaganda che ha bisogno di un nemico quotidiano. Celebrarne la rimozione significa festeggiare una porta chiusa, un letto scomparso, una mano ritirata, il messaggio del Cristo vero calpestato. La cosa più grave resta l’allineamento tra il linguaggio di Salvini e la decisione ecclesiastica. Il primo colpisce l’accoglienza per raccogliere voti, la seconda la sacrifica per recuperare ordine. Strade diverse conducono allo stesso risultato, lo straniero torna fuori, Cristo resta con lui.
Una comunità resa decadente
Vicofaro poteva essere aiutata, regolata, sostenuta, resa più sicura, condivisa con altre comunità. Poteva diventare un laboratorio nazionale di accoglienza cristiana, invece è diventata il luogo di una resa istituzionale. Il problema non era avere un don Biancalani, era lasciarlo solo davanti a un’emergenza enorme. Tutte le diocesi avrebbero dovuto mandare uomini, mezzi, volontari, competenze, non lettere di rimozione. Ogni parrocchia dovrebbe custodire quella radicalità, perché il cristianesimo senza accoglienza diventa soltanto scenografia religiosa. Servono sacerdoti capaci di sporcare la canonica, disturbare le coscienze, costringere i fedeli a guardare chi vive ai margini. Servono vescovi pronti a proteggerli, non soltanto a valutarne l’opportunità.
Il messaggio del Nazareno
Il messaggio di Cristo non chiede comodità, chiede conversione. La Chiesa centrale sembra oggi l’unica disposta a rigettarlo proprio mentre pretende di amministrarlo. Salvini può compiacersi, ma il suo sarcasmo non cancella il significato di quella canonica aperta. Il Clero può rimuovere un parroco, ma non può rimuovere dal Vangelo lo straniero accolto. Biancalani può perdere due parrocchie, ma resta la testimonianza di una fede concreta, visibile, scandalosamente coerente.
Ha accolto dove altri discutevano, ha agito dove altri misuravano il consenso, ha riconosciuto esseri umani dove altri vedevano clandestini. La Chiesa avrebbe bisogno di cento, mille, diecimila don Biancalani e non di pedofili e spie. Questa rimozione non sconfigge soltanto un sacerdote, umilia il messaggio di Cristo davanti al quale ogni gerarchia dovrebbe inginocchiarsi.
© Fabio Fiorina
