Continuiamo a credere che il fondo esista, come una pietra nera capace di fermare la caduta. Ci diciamo che l’orrore ha consumato l’ultima maschera, che perfino la crudeltà debba conoscere vergogna. Abbiamo visto reporter bruciati vivi, giornalisti decapitati nelle automobili, corpi senza nome affidati alla misericordia dei sacchi di plastica. Abbiamo visto fosse violate dai carri armati, tombe schiacciate, morti uccisi una seconda volta dal peso dell’acciaio.
Continuiamo a credere che il fondo esista
Poi è arrivato oggi. Nessuno cercava felicità, soltanto una tregua, fragile quanto il respiro di chi sopravvive sotto le macerie. La gente non domandava salvezza, giustizia, futuro, chiedeva una sedia di plastica vicino all’acqua e silenzio. Voleva sottrarsi alla polvere, al rombo, alle tende soffocanti, alla paura diventata l’unica architettura possibile. Quella spiaggia non era vacanza, era l’ultimo margine concesso alla vita prima di precipitare nell’incubo. Israele ha bombardato anche quel margine.
Inferno…
La bomba è caduta sopra persone sedute, famiglie esauste, esseri umani che provavano semplicemente a respirare. Guardate quella donna, il volto coperto di sangue, la mano trasformata in assenza. Rimane seduta nello stesso punto dove, pochi istanti prima, aveva creduto di poter riprendere fiato.

Fissa il cielo con occhi svuotati, incapace di capire se debba cercare Dio oppure attendere la bomba successiva. Le schegge hanno attraversato carne, sedie, speranze, scaraventando nell’acqua uomini e donne già feriti. Alcuni non riuscivano più a nuotare, perché il mare chiedeva forze che la guerra aveva già divorato.
Continuiamo a credere che il fondo esista
Ora immaginate una bomba, il sangue, il corpo spezzato, poi l’annegamento a pochi metri dalla riva. Sopravvivere all’esplosione, soltanto per morire dentro quell’acqua cercata come rifugio, è una crudeltà che supera perfino le parole. Non esiste dunque alcun fondo. Resta soltanto una caduta interminabile, capace di inseguirti nell’ospedale, nella tenda, lungo la strada, fino all’estremo confine del mare.
Lo schema
Gli schermi ripetono la scena, i governi ripetono formule vuote, le coscienze imparano lentamente a non tremare più. Questa è forse la vittoria più oscena della violenza, trasformare l’inaccettabile in abitudine, il massacro in rumore di fondo. Ma il mio dolore non è il centro di questa storia, non lo è mai stato. Il centro sono loro, i vivi mutilati, i morti senza pace, i bambini ai quali persino il mare viene negato. Sono loro che dobbiamo guardare, senza abbassare gli occhi, senza cercare parole comode per alleggerire la nostra colpa. Perché quando anche una spiaggia diventa bersaglio, l’umanità non perde soltanto la pietà, perde il diritto di chiamarsi umana.
© Hans CPC
Da una testimonianza di Hani Almadhoun

