Gaza, il sapore metallico della vergogna. A Gaza c’è odore di bruciato, forse plastica, forse carne, forse quel carburante che alimenta macchine, droni e coscienze ormai spente. È un odore che si posa sui vestiti, entra nei polmoni, rimane nella gola e trasforma ogni respiro in una colpa. Poi arriva quel sapore metallico in bocca, simile al sangue, capace di prosciugare l’anima prima ancora che il corpo trovi acqua.

Gaza, il sapore metallico della vergogna

I politici osservano, convocano vertici, pronunciano parole toccanti, promettono pressioni, disegnano tregue sulle carte, ma Israele continua a colpire. Parlano di pace mentre stringono mani, vendono armi, proteggono alleati, rinviano sanzioni e seppelliscono responsabilità sotto comunicati vuoti. Risultano uccisi 21.700 bambini, ventunmila vite cancellate, ventunmila futuri sottratti al mondo, mentre in televisione passa una prudenza oscena.

I dati veri

Il bilancio ufficiale supera 73mila morti, ma tra dispersi, corpi insepolti e vittime indirette, il conto reale potrebbe aver oltrepassato centomila. Davvero volete raccontarci che a Gaza esisteva l’equivalente di uno stadio da calcio pieno di terroristi, tutti colpevoli, sacrificabili?

Erano madri, padri, medici, insegnanti, neonati, vecchi, ragazzi affamati, persone che cercavano acqua, una medicina, un angolo dove non morire. Oltre un milione di persone sono sfollate, moltissimi vivono tra tende, edifici pericolanti, fango, malattie e macerie diventate tombe senza nome.

Gaza, il sapore metallico della vergogna

Erano madri che avevano imparato a riconoscere il rumore dei droni, stringendo i figli al petto senza sapere quale preghiera potesse ancora proteggerli.

Erano padri tornati a mani vuote, dopo ore trascorse cercando pane, acqua, una coperta, qualcosa capace di somigliare ancora alla normalità.

Erano medici costretti a scegliere chi curare, chi operare senza anestesia, chi accompagnare verso la morte, mentre mancavano sangue, farmaci ed elettricità.

Gente normale

Erano insegnanti che un tempo chiamavano gli alunni per nome e adesso cercavano quei nomi negli elenchi dei morti, dei feriti, dei dispersi.

Erano neonati nati sotto le bombe, venuti al mondo dentro ospedali devastati, accolti dal pianto delle sirene invece che dalle braccia dei parenti.

Erano vecchi incapaci di correre, trascinati sopra carretti improvvisati, costretti ad abbandonare case, fotografie, ricordi e tombe dei propri genitori.

Erano solo bambini

Erano ragazzi affamati, troppo giovani per comprendere la geopolitica, abbastanza grandi per sapere che il mondo li stava guardando senza volerli salvare. Non cercavano una vittoria militare, non preparavano attentati, non custodivano missili, cercavano acqua potabile, antibiotici, farina, un materasso, un angolo dove non morire.

Oltre un milione di persone sono state strappate alle proprie abitazioni, spesso più volte, inseguite da ordini di evacuazione verso luoghi dichiarati sicuri e poi bombardati, lo stesso modus operandi dei nazisti tedeschi. Vivono sotto tende che il sole trasforma in forni e la pioggia in stracci, piantate sopra terreni pieni di detriti, liquami, insetti e ordigni inesplosi.

Gaza, il sapore metallico della vergogna

Altri dormono dentro edifici pericolanti, ascoltando durante la notte il cemento scricchiolare, sapendo che quelle pareti potrebbero diventare improvvisamente la loro sepoltura. Il fango si mescola alla polvere, l’acqua sporca alle lacrime, la fame alla febbre, mentre le malattie attraversano corpi indeboliti e bambini senza difese.

Le macerie non sono soltanto pietre, sono cucine dove qualcuno preparava il pranzo, camere dove dormivano famiglie, armadi pieni di vestiti e fotografie. Sotto quelle rovine restano nomi, mani, promesse, giocattoli, voci interrotte, persone che nessuno riesce a raggiungere e che diventano tombe senza lapide.

Gaza…

Gaza è ormai un immenso archivio di vite spezzate, mentre il mondo discute, calcola, distingue, giustifica e continua vergognosamente a chiamare tutto questo guerra.

© Nazir Houssein

Un pensiero su “Gaza, il sapore metallico della vergogna”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *