Anwar Ibrahim, parole che restituiscono dignità alla coscienza del mondo. Ci sono parole che non cercano il compromesso, non accarezzano i potenti e non si inginocchiano davanti alla diplomazia trasformata in complicità.
Quelle pronunciate dal primo ministro malese Anwar Ibrahim contro l’impunità israeliana sono balsamo per l’anima umana, perché restituiscono un nome alla vergogna.
Anwar Ibrahim, parole che restituiscono dignità alla coscienza del mondo
«Israele non appartiene più alla comunità civile delle nazioni», ha dichiarato Anwar, chiedendo una risposta capace di difendere il Medio Oriente e l’ordine mondiale.
La frase è autentica, anche se non venne pronunciata dal podio dell’ONU, come spesso viene raccontato, ma l’11 novembre 2024 al vertice arabo-islamico di Riad.
Il cuore del suo intervento riguardava però direttamente le Nazioni Unite, alle quali chiedeva embargo sulle armi, sospensione dei diritti ed eventuale espulsione di Israele.
Un’accusa autentica
Non fu quindi una condanna, confezionata per conquistare applausi, ma un’accusa contro l’inerzia internazionale e i suoi doppi standard.
Anwar ricordò il precedente del Sudafrica dell’apartheid, escluso nel 1974 dai lavori dell’Assemblea generale, fino alla nascita della democrazia multirazziale guidata da Nelson Mandela.
Il paragone non era decorativo, perché indicava una strada: quando uno Stato calpesta sistematicamente principi, risoluzioni e vite umane, la neutralità diventa collaborazione morale.
Anwar Ibrahim e la dignità della coscienza del mondo
La Carta dell’ONU prevede sospensione ed espulsione, ma entrambe richiedono una raccomandazione del Consiglio di sicurezza, dove il veto americano protegge da decenni il governo israeliano.
Anwar conosce questo muro, tuttavia ha avuto il coraggio di nominarlo, chiedendo alla comunità internazionale di costruire un consenso capace di renderlo politicamente insostenibile.
Nello stesso discorso denunciò l’attacco contro l’UNRWA, l’agenzia indispensabile per milioni di profughi palestinesi, colpita dalle leggi approvate dalla Knesset nell’ottobre 2024.
Testa mozzata…
Il segretario generale António Guterres avvertì che quelle norme avrebbero potuto impedire all’agenzia di continuare il proprio lavoro nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est.
Anwar parlò dunque mentre gli strumenti della sopravvivenza venivano strangolati, gli aiuti ostacolati e il diritto internazionale ridotto a un arredamento inutile nei palazzi occidentali.
La sua voce ruppe il linguaggio anestetico di governi che invocano moderazione davanti alle macerie, ma continuano a vendere armi e garantire copertura diplomatica.
Anwar Ibrahim, parole vere
Non c’è odio contro un popolo nelle sue parole, non c’è ostilità verso gli ebrei, c’è la condanna di uno Stato e delle responsabilità del suo governo.
Questa distinzione è fondamentale, perché accusare ogni critica a Israele di antisemitismo significa usare la memoria della persecuzione per soffocare la denuncia dell’ingiustizia presente.
Nel settembre 2024 l’Assemblea generale aveva già chiesto a Israele di porre fine entro dodici mesi alla propria presenza illegale nei territori palestinesi occupati.
Eppure, senza sanzioni, embargo e responsabilità concrete, perfino le risoluzioni più solenni finiscono archiviate mentre le vittime vengono contate, sepolte e rapidamente dimenticate.
Uni schiaffo…
Per questo le parole di Anwar sono balsamo, ma anche uno schiaffo, perché confortano la coscienza e contemporaneamente accusano chi continua a tacere.
Un primo ministro ha detto ciò che molti leader europei non osano nemmeno pensare ad alta voce: nessuna alleanza autorizza l’impunità, nessuna ragione di Stato cancella l’umanità.
Quando le istituzioni tradiscono i propri principi, parlare con chiarezza diventa resistenza, mentre agire rappresenta l’unica politica davvero degna dell’essere umano.
