Bosnia, il nazionalismo serbo vince. La Bosnia torna alle urne e ritrova i mercanti della paura, pronti a trasformare ogni identità in una frontiera da presidiare. I risultati preliminari rafforzano il partito di Milorad Dodik e confermano Željka Cvijanović nella presidenza tripartita. Dietro i festeggiamenti nazionalisti si intravede una domanda terribile: quanto vale la pace?
Bosnia, il nazionalismo serbo vince
Il pericolo del nazionalismo serbobosniaco cresce quando la secessione diventa un programma, una minaccia, uno strumento per paralizzare lo Stato. Chi agita la bandiera sopra le istituzioni prepara cittadini diffidenti, comunità chiuse, rancori ereditari. Nei Balcani le parole hanno già scavato fosse. Trattarle come folklore elettorale significa ignorare la storia.
Didik interdetto
Dodik, interdetto dai pubblici uffici, continua a condizionare il partito e a raccogliere i dividendi della contrapposizione etnica. La sua forza rivela quanto possa sopravvivere un sistema personale alle sanzioni politiche. Presentare la Bosnia come un esperimento esaurito serve a delegittimare la convivenza, rendendo ogni compromesso un tradimento della patria.
Il ringraziamento a Trump illumina questa sopravvivenza. La revoca delle sanzioni americane, avvenuta nell’ottobre 2025, ha restituito spazio politico a Dodik. Washington dovrebbe spiegare come intenda difendere la stabilità mentre riabilita un protagonista delle spinte separatiste. La pace merita coerenza: trasformarla in una moneta diplomatica espone popolazioni alle ambizioni altrui.
Bosnia, il nazionalismo serbo vince
Mosca coltiva i rapporti con Dodik, mentre Bruxelles rischia di assistere alla corrosione del progetto europeo. Ogni indulgenza verso chi minaccia l’unità bosniaca incoraggia ulteriori ricatti. L’Unione dovrebbe rendere credibile la prospettiva dell’adesione, sostenendo riforme, giustizia indipendente e cittadini. L’immobilismo lascia campo libero a chi prospera sulle divisioni del Paese.
Anche l’affermazione della nazionalista croata Darijana Filipović contribuisce a irrigidire il quadro. Quando le élite costruiscono alleanze fondate sull’appartenenza, i bisogni comuni finiscono sotto il tappeto: salari, ospedali, istruzione, lavoro. Il cittadino viene chiamato a difendere il gruppo, mentre il gruppo dirigente difende la propria permanenza nei palazzi del potere.
42%
L’affluenza del 42 per cento racconta una democrazia impoverita dalla sfiducia. Anche i cittadini serbi hanno diritto a un futuro liberato dalla propaganda separatista, alla sicurezza, alla dignità del dissenso. Ridurli alla voce dei loro capi riproduce la logica nazionalista. Una società respira quando può contestare chi pretende di rappresentarla.
Servono fermezza contro le minacce secessioniste, responsabilità e sostegno concreto alle forze democratiche. L’Europa dispone di strumenti per colpire chi mina l’ordine costituzionale bosniaco: dovrebbe usarli quando necessario. Il voto assegna incarichi e responsabilità. Nessuna vittoria autorizza a incendiare la convivenza. La Bosnia ha già pagato abbastanza ai venditori d’odio.
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