Figli soli, famiglie sotto pressione, servizi che arrivano tardi. Inchiesta documentale sull’educazione familiare: dal silenzio in casa al disagio che emerge a scuola, nel corpo e nelle relazioni

di Lay Di Pietro

La mattina un figlio esce senza fare colazione, a scuola evita alcuni compagni, torna a casa e si chiude in camera, la sera dice che è stanco, intanto dorme sempre peggio. Ciascun episodio, preso da solo, può sembrare ordinario; messi insieme, quei cambiamenti chiedono attenzione. Chi li vede tutti? Il genitore conosce la casa, l’insegnante conosce la classe, il medico incontra il ragazzo soltanto quando qualcuno chiede una visita.

Figli soli, famiglie sotto pressione

È da questa frammentazione che parte l’inchiesta. Abbiamo confrontato le rilevazioni dell’Istituto superiore di sanità, i dati Istat sulle condizioni dei minori e i documenti dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, per verificare che cosa sappiamo dell’educazione familiare, quali segnali di disagio emergono e dove la risposta degli adulti può interrompersi. Si tratta di un’inchiesta documentale: non sono state raccolte testimonianze dirette né verificati singoli casi familiari. Le cifre descrivono gruppi di ragazzi, non consentono di diagnosticare un figlio o di accusare i suoi genitori. La principale indagine sanitaria italiana utilizzata, HBSC, ha raccolto i dati nel 2022; alcuni rapporti di approfondimento sono stati pubblicati fino al 2025.

La domanda che i figli smettono di fare

Educare significa anche essere una persona alla quale si possa raccontare qualcosa di spiacevole. Nella rilevazione HBSC, il sostegno familiare non viene misurato contando semplicemente quanti adulti abitano in casa: ai ragazzi si chiede se la famiglia li aiuta nelle decisioni, offre sostegno emotivo e permette di parlare dei problemi. Nel 2022 riferiva un sostegno elevato il 68% dei ragazzi e il 60% delle ragazze; tra i quindicenni si scendeva al 61% e al 52%. Per le ragazze quindicenni il valore era il 67% nella rilevazione precedente, del 2017–2018.

Figli soli, famiglie sotto pressione

È una frattura concreta. Un adulto può essere presente ogni giorno e diventare comunque la persona alla quale il figlio evita di raccontare un brutto voto, una molestia, una relazione finita o il proprio orientamento sessuale, perché teme una punizione, un giudizio o la diffusione della confidenza in famiglia. L’ISS rileva che, con l’età, diminuisce la facilità di aprirsi con entrambi i genitori; le ragazze riportano maggiori difficoltà a parlare con il padre e, in generale, la madre resta la figura con cui si comunica più facilmente. Questa distribuzione dell’ascolto chiama in causa anche il ruolo dei padri: esserci economicamente non esaurisce la responsabilità educativa.

Da qui nasce un equivoco frequente: chiamare «rifiuto dell’autorità» qualsiasi opposizione di un adolescente. Cercare autonomia fa parte della crescita, ma una rottura persistente può avere altre ragioni, dai conflitti ripetuti alla paura di essere umiliati, fino a esperienze che il ragazzo non riesce a nominare. Nessuna di queste ipotesi si può decidere guardando soltanto il suo comportamento; bisogna chiedergli che cosa accade, ascoltare la risposta e osservare il contesto.

Quanto tempo restano davvero soli?

Su un punto cruciale i documenti esaminati non permettono di dare una cifra nazionale affidabile: quanti minori trascorrono regolarmente ore senza un adulto di riferimento, a quale età e in quali condizioni? È una lacuna che conta, perché «stare soli» può indicare situazioni molto diverse: il tempo autonomo di un adolescente capace di chiedere aiuto, oppure ore nelle quali un bambino non ha nessuno a cui rivolgersi.

Neppure il tempo passato insieme è, di per sé, una misura di ascolto. Si può cenare allo stesso tavolo senza scambiarsi una domanda sincera, così come un genitore costretto a lavorare fino a tardi può mantenere un rapporto solido e organizzare una rete di adulti affidabili. Ma se la disponibilità di tempo non viene osservata insieme alla qualità delle relazioni, ai turni di lavoro e all’accesso ai servizi, il dibattito si riduce a rimproverare le famiglie senza capire di che cosa abbiano bisogno.

Figli soli, famiglie sotto pressione

I dati Istat sul tempo libero mostrano il peso diseguale della cura: nei giorni festivi del 2024 le donne disponevano, in media, di 42 minuti di tempo libero in meno degli uomini e sostenevano un carico di lavoro domestico o cura familiare maggiore. È un dato riferito alla popolazione osservata, non una misura delle ore trascorse con i figli; suggerisce però che discutere della «presenza dei genitori» senza distinguere chi si occupa ogni giorno della cura può nascondere una seconda disuguaglianza dentro la famiglia.

Il cibo racconta anche il reddito

Nel campione nazionale HBSC 2022, il 26,8% degli adolescenti dichiarava di non fare «mai» colazione; il 32,7% mangiava frutta almeno una volta al giorno e il 27,8% verdura quotidianamente. Il rapporto rileva abitudini alimentari meno favorevoli fra i ragazzi in condizioni economiche più svantaggiate e in alcune aree del Sud. Una colazione saltata non dimostra da sola trascuratezza: possono incidere orari, sonno, organizzazione e preferenze del ragazzo. La ripetizione del fenomeno, però, merita di essere capita.

C’è poi una differenza che non dovrebbe mai essere confusa con una colpa educativa. Per l’Istat, nel 2024 il 4,9% dei minori sotto i 16 anni presentava segnali di insicurezza alimentare; nel Mezzogiorno la quota saliva all’8,9%. Quando il problema riguarda l’accesso al cibo, limitarsi a spiegare ai genitori che cosa mettere nel piatto è insufficiente. Serve capire se quel piatto possono riempirlo con continuità.

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L’alimentazione può anche essere il luogo in cui compare un problema differente: paura di ingrassare, vergogna del corpo, pasti evitati o consumati di nascosto. Non ogni cambiamento è un disturbo alimentare e un articolo non può riconoscerlo a distanza; quando al rapporto difficile con il cibo si associano isolamento, perdita di peso, malessere fisico o forte sofferenza, liquidare tutto come «capriccio» rischia di ritardare la richiesta di aiuto.

Sonno, dolori e disagio psicologico

La salute adolescenziale non si divide comodamente tra mente e corpo. L’ISS osserva sintomi come difficoltà a dormire, mal di testa, mal di stomaco, irritabilità, nervosismo e umore basso; nel rapporto pubblicato nel 2025, quasi la metà degli adolescenti riferiva almeno due sintomi psicosomatici più di una volta alla settimana. «Psicosomatico» non significa immaginario, né autorizza a concludere che l’origine di un dolore sia familiare: significa che il sintomo merita attenzione nel suo insieme, anche medica.

Il sonno è uno dei segnali più facili da sottovalutare. Un figlio che fatica ad addormentarsi, si sveglia esausto e perde concentrazione può trovarsi davanti a molte cause possibili; attribuire subito tutto al telefono, o subito tutto alla scuola, chiude l’indagine prima di averlo ascoltato. Nel giugno 2026 il coordinamento HBSC Italia ha dedicato alle alterazioni del sonno due incontri con esperti e operatori, affrontandole come tema di salute e prevenzione, non come semplice questione di disciplina domestica.

Figli soli, famiglie sotto pressione

Il dato sulla solitudine rende la questione ancora più urgente: nell’HBSC 2022, tra i 13 e i 15 anni, tre ragazze su dieci e un ragazzo su dieci dichiaravano di essersi sentiti soli «per la maggior parte del tempo» nell’ultimo anno. La sensazione di solitudine diminuiva al crescere delle condizioni economiche familiari. Non sappiamo, da quelle percentuali, quanti fossero materialmente soli in casa; sappiamo che molti si percepivano soli, ed è un’informazione diversa che gli adulti non possono ignorare.

La scuola vede ciò che la famiglia non vede, e viceversa

Un adolescente può apparire tranquillo a casa e vivere la classe come un luogo ostile; può comportarsi bene a scuola e crollare ogni sera nella propria camera. Per questo i rapporti con compagni e insegnanti non sono un capitolo separato dall’educazione familiare, sono parte dell’ambiente nel quale un figlio cresce.

Nell’indagine HBSC la pressione per il lavoro scolastico aumenta con l’età, soprattutto tra le ragazze, fino a raggiungere o superare l’80% fra le quindicenni e le diciassettenni che dichiarano di sentirla «abbastanza» o «molto». L’ISS rileva inoltre che la percezione di essere accettati dai compagni si riduce nel passaggio verso l’adolescenza. Il rendimento, dunque, non può essere l’unica domanda posta a scuola: occorre sapere se quel ragazzo si sente al sicuro, se ha qualcuno con cui stare e se riesce a fidarsi di un insegnante.

Figli soli, famiglie sotto pressione

La parola bullismo va usata con precisione. Secondo l’ISS richiede intenzione di ferire, ripetizione e squilibrio di potere; le rilevazioni basate sulle risposte dei ragazzi non sono identiche a una verifica di ogni singolo episodio. Definire «ragazzate» attacchi ripetuti significa lasciar solo chi li subisce, ma chiamare bullismo qualsiasi lite impedisce di comprendere che cosa sia davvero successo e quale intervento serva.

Fuori dalla scuola conta anche la possibilità di coltivare amicizie. In un’indagine Istat del 2023, il 13,2% degli intervistati tra gli 11 e i 19 anni dichiarava di vedere raramente gli amici o di non frequentarli affatto. Il dato non equivale a una diagnosi di isolamento: alcuni ragazzi scelgono pochi rapporti e stanno bene. Un ritiro improvviso dalle amicizie abituali, soprattutto se accompagnato da insonnia o assenze, è invece una ragione per chiedere che cosa stia cambiando.

Alcol e droghe entrano nella vita dei ragazzi anche quando in casa non se ne parla

L’ISS riferisce che, nella rilevazione HBSC 2022, il consumo corrente di alcol riguardava il 52,1% dei quindicenni e il 72,2% dei diciassettenni; il consumo di cannabis era segnalato dal 14,7% dei quindicenni e diciassettenni considerati. Consumo non significa automaticamente dipendenza, e queste percentuali non individuano le cause del comportamento di ciascuno. Rendono però difficile sostenere che il tema riguardi soltanto famiglie considerate «problematiche».

L’educazione familiare qui si misura nella capacità di porre limiti e mantenere aperta la conversazione. Se la sola risposta prevista è la vergogna, il ragazzo può imparare a nascondere; se gli adulti banalizzano l’alcol o evitano qualsiasi regola, può perdere un riferimento. Nessuna delle due reazioni sostituisce domande concrete: con chi esce, come torna a casa, che cosa pensa delle sostanze, a chi telefonerebbe se lui o un amico stessero male?

Figli soli, famiglie sotto pressione

Le esperienze di grave trascuratezza o maltrattamento meritano un discorso distinto dalle normali difficoltà educative. L’Organizzazione mondiale della sanità definisce il maltrattamento includendo violenza fisica ed emotiva, abuso sessuale e trascuratezza capaci di arrecare un danno reale o potenziale; segnala inoltre un’associazione tra maltrattamento e successivo uso di alcol e droghe. Un’associazione di popolazione non consente di concludere che chi usa sostanze sia stato maltrattato. Confondere i due piani danneggerebbe proprio i ragazzi che si vorrebbero aiutare.

Sessualità: il prezzo del silenzio

Parlare di sessualità ai figli non significa chiedere loro di consegnare ogni dettaglio della propria vita privata. Significa assicurarsi che possano porre domande su consenso, pressioni nelle relazioni, protezione, contraccezione e infezioni senza essere ridicolizzati, minacciati o giudicati per ciò che sono.

Nei dati HBSC pubblicati nel 2025, dichiarava di aver avuto un rapporto sessuale completo il 21,6% dei ragazzi e il 18,4% delle ragazze di 15 anni; a 17 anni le quote erano rispettivamente 42,5% e 43,6%. Tra chi aveva avuto rapporti, riferiva l’uso del preservativo nell’ultimo rapporto il 65,9% dei quindicenni e il 61,4% dei diciassettenni. Il rapporto registra anche il ricorso dichiarato al coito interrotto e al calcolo dei giorni fertili: sono risposte che mostrano quanto sia necessaria un’informazione comprensibile e accessibile, a casa e fuori casa.

Rientrano nell’educazione anche il rispetto del corpo e la possibilità di riconoscere un comportamento invasivo. Un ragazzo deve sapere che può raccontare una pressione sessuale o una violazione dei propri confini senza essere accusato di averla provocata; famiglia, scuola e servizi sanitari devono essere luoghi nei quali quella richiesta trovi ascolto.

Povertà, carico di cura e responsabilità pubbliche

La famiglia non educa fuori dalla società. Nel 2024, secondo l’Istat, circa 2,07 milioni di minori sotto i 16 anni, il 26,7%, vivevano in nuclei a rischio di povertà o esclusione sociale; nel Mezzogiorno la quota era del 43,6%. Nelle famiglie con un solo genitore e almeno due figli il rischio raggiungeva il 53,3%. Questi indicatori non misurano l’amore né la competenza educativa e non autorizzano a considerare meno capaci i genitori poveri; descrivono vincoli materiali che possono rendere più difficile organizzare cura, alimentazione, trasporti e accesso all’aiuto.

C’è poi il problema di ciò che accade dopo che una famiglia riconosce il disagio. In un contributo pubblicato nel 2025 dalla rivista dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, la neuropsichiatra Elisa Maria Fazzi descrive forti differenze regionali nei servizi di neuropsichiatria infantile, difficoltà di accesso e carenze nella continuità delle cure. Le proporzioni di accesso citate nel suo testo riguardano il periodo precedente la pandemia e non vanno presentate come una fotografia aggiornata del 2026; resta attuale la questione che sollevano: trovare una porta d’ingresso non garantisce necessariamente un percorso tempestivo e continuativo.

Figli soli, famiglie sotto pressione

La stessa Autorità garante, nelle sue raccomandazioni, chiede servizi adeguati all’età, personale stabile, riduzione delle attese e coordinamento tra sanità, scuola e interventi sociali. Sono richieste istituzionali precise, non un invito generico a «fare di più». Se a un genitore si dice di chiedere aiuto, occorre poi verificare dove viene indirizzato, quanto aspetta, quale assistenza riceve e chi segue il figlio nel frattempo.

Le domande ancora senza risposta

Questa indagine fa emergere un limite dei numeri disponibili: possiamo conoscere la quota di adolescenti che riferisce scarso sostegno, sintomi frequenti o consumo di sostanze, ma non seguire agevolmente il percorso che collega quei segnali alla risposta ricevuta. Per attribuire responsabilità pubbliche servirebbero dati confrontabili, territorio per territorio, almeno su cinque punti:

  1. Quanti ragazzi chiedono aiuto per disagio psicologico e quanto tempo passa prima di una prima valutazione?
  2. Quanti iniziano un percorso continuativo, anziché fermarsi a un singolo incontro?
  3. In quanti casi scuola, famiglia, medico e servizi sociali riescono a coordinarsi rispettando la riservatezza del minore?
  4. Quanti bambini e adolescenti trascorrono regolarmente molte ore senza un adulto disponibile, e quali servizi di sostegno sono presenti nel loro territorio?
  5. Quale aiuto ricevono le famiglie che segnalano insieme difficoltà economiche, alimentari ed educative?

Sono domande di verifica pubblica, non dati che questa inchiesta pretende di avere già raccolto. Senza quelle risposte si rischia di oscillare tra due accuse facili, «è tutta colpa dei genitori» oppure «è tutta colpa della scuola», mentre il ragazzo continua ad aspettare.

Figli soli, famiglie sotto pressione

L’educazione familiare ha responsabilità concrete: proteggere, nutrire, ascoltare, dare confini, riconoscere un cambiamento e cercare aiuto quando serve. Le istituzioni hanno la responsabilità di rendere quell’aiuto raggiungibile e di non disperdere i segnali tra uffici che non comunicano. Un figlio non dovrebbe dover peggiorare abbastanza da essere finalmente creduto.

© Lay Di Pietro

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