La remigrazione che spegnerebbe l’Italia. Dietro lo slogan ci sono 2,6 milioni di lavoratori, 429 mila aziende esposte e decine di migliaia di fabbriche a rischio.

Inchiesta di Fabio Fiorina – centorighe.com

Prima di pronunciare la parola re-migrazione bisognerebbe entrare in una fabbrica alle sei del mattino, attraversare un magazzino, visitare un cantiere, una cucina industriale.

Bisognerebbe guardare chi raccoglie la frutta, chi guida i camion, chi assiste gli anziani, chi pulisce gli alberghi, chi alimenta macchinari e catene produttive.

La remigrazione che spegnerebbe l’Italia

La re-migrazione generalizzata viene raccontata come una semplice operazione amministrativa: gli immigrati tornano nei Paesi d’origine e gli italiani occupano immediatamente i loro posti.

I dati dimostrano qualcosa di completamente diverso. Un allontanamento massiccio degli stranieri regolarmente inseriti nel sistema produttivo provocherebbe uno shock economico senza precedenti.

I numeri cancellati dalla propaganda

Nel 2025 lavoravano in Italia 2.586.661 cittadini stranieri, il 10,7% dell’occupazione complessiva. Di questi, 2,21 milioni erano dipendenti e circa 374 mila autonomi.

Il dato annuale dell’INPS è persino più ampio: nel 2024 3.980.609 stranieri hanno avuto almeno una posizione lavorativa registrata durante l’anno.

La remigrazione…

Non è una contraddizione. Il primo numero rappresenta gli occupati mediamente presenti, il secondo conta chiunque abbia lavorato regolarmente anche soltanto per una parte dell’anno.

Se venissero considerate anche le persone nate all’estero ma successivamente naturalizzate italiane, gli occupati di origine immigrata salirebbero a circa 3,7 milioni.

Questi lavoratori non rappresentano un’appendice dell’economia. Sono ormai parte della sua struttura portante. I dati arrivano dal Ministero del Lavoro e dall’Osservatorio INPS, non da associazioni militanti.

Le aziende che già dipendono dal lavoro straniero

Nel 2024 ben 429.084 datori di lavoro hanno assunto almeno uno straniero. Rappresentano il 36,5% di tutte le aziende italiane che hanno effettuato assunzioni durante l’anno.

La distribuzione rende ancora più chiara la dimensione del fenomeno:

  • 75.902 aziende agricole, il 49,1% di quelle che hanno assunto;
  • 54.310 imprese industriali, il 38%;
  • 62.554 aziende delle costruzioni, il 43,6%;
  • 45.948 imprese commerciali, il 25%;
  • 190.370 aziende dei servizi, il 34,6%.

Circa il 9,6% di questi datori di lavoro ha effettuato più di undici assunzioni di stranieri durante l’anno. Parliamo di oltre 41 mila aziende con un ricorso ripetuto e strutturale alla manodopera immigrata.

Non possiamo sostenere che tutte chiuderebbero. Possiamo però affermare che sarebbero il primo nucleo produttivo esposto alla sospensione delle attività, alla riduzione dei turni e alla perdita delle commesse.

I dati sono contenuti nel XV Rapporto del Ministero del Lavoro.

Le fabbriche dentro il mirino

Nell’industria lavorano circa 471 mila stranieri. In termini di occupazione rappresentano il 10%, ma nel 2025 quasi il 30% delle nuove assunzioni industriali programmate era destinato a personale immigrato.

Nell’industria tessile, dell’abbigliamento e delle calzature la quota raggiungeva il 41,8%. Seguivano metallurgia con il 30,3%, legno e mobile con il 25,9%, gomma e plastica con il 25,1%, industria alimentare con il 23,1%, macchinari e mezzi di trasporto con il 23%.

Togliere improvvisamente questa forza lavoro non significherebbe soltanto lasciare scoperti alcuni posti. Significherebbe interrompere squadre, turni, manutenzioni, magazzini, lavorazioni intermedie e consegne.

La remigrazione…

Una fabbrica non continua necessariamente a produrre con il 10% degli operai in meno. Quando mancano determinate figure, può fermarsi l’intera linea produttiva.

Nel 2024 erano 54.310 le imprese industriali che avevano assunto almeno uno straniero. Questo è il numero delle aziende industriali direttamente esposte, non il numero certo delle future chiusure.

Gli stranieri non sono soltanto dipendenti

La propaganda dimentica spesso che migliaia di immigrati sono titolari dell’azienda nella quale lavorano.

Nel 2025 risultavano 389.472 imprese individuali con titolare extracomunitario, pari al 13,4% di tutte le imprese individuali italiane.

Fra queste troviamo:

  • 136.823 attività commerciali;
  • 97.093 imprese edili;
  • 29.176 imprese manifatturiere;
  • 26.743 attività di ristorazione e accoglienza;
  • 24.153 aziende di servizi alle imprese e alle persone;
  • 11.507 imprese agricole.

Se una re-migrazione generalizzata coinvolgesse anche imprenditori regolarmente soggiornanti, quasi 390 mila attività dovrebbero essere cedute, trasferite oppure chiuse.

Non chiuderebbero tutte, naturalmente. Molte potrebbero essere vendute o affidate ad altri familiari. Ma nelle imprese individuali il titolare coincide spesso con il lavoro, le competenze, i clienti e la responsabilità economica dell’attività.

Cancellare il titolare significa frequentemente cancellare l’impresa.

Quante aziende potrebbero realmente chiudere?

Non esiste uno studio ufficiale capace di prevedere un numero esatto. Chi sostenesse che chiuderebbero precisamente centomila o duecentomila imprese starebbe trasformando un’ipotesi politica in una falsa statistica.

I dati permettono tuttavia di definire le dimensioni del rischio:

  • 429.084 aziende hanno già utilizzato lavoro straniero;
  • oltre 41 mila hanno effettuato più di undici assunzioni di stranieri in un solo anno;
  • 389.472 imprese individuali hanno un titolare extracomunitario;
  • 54.310 aziende industriali hanno assunto stranieri;
  • nel 2025 le imprese cercavano 1,359 milioni di contratti da destinare a immigrati.

Questi gruppi si sovrappongono e non possono essere sommati. La conclusione prudente è che una re-migrazione generalizzata esporrebbe centinaia di migliaia di aziende a problemi operativi e potrebbe spingere decine di migliaia di attività più fragili verso la chiusura.

Dire che tutte le 429 mila aziende chiuderebbero sarebbe scorretto. Sostenere che nessuna chiuderebbe è altrettanto irreale.

Non esiste un esercito di sostituti immediatamente disponibili

Nel 2025 gli stranieri rappresentavano il 23,4% delle assunzioni programmate dalle imprese. Il 90% della domanda riguardava immigrati già residenti in Italia.

Le aziende cercavano, fra gli altri, 106 mila addetti alle pulizie, 101 mila braccianti, 99 mila camerieri, 67 mila magazzinieri e addetti all’imballaggio, 66 mila muratori, 65 mila cuochi e 63 mila conducenti di camion.

Il 53,7% delle posizioni destinate a personale immigrato risultava già difficile da coprire. Per i cuochi la difficoltà arrivava al 67,5%, per gli autisti di mezzi pesanti al 67,6%, per i muratori al 59,2%.

La Banca d’Italia conferma che la carenza di manodopera è particolarmente grave nel Nord, nell’edilizia, nell’industria, fra gli operai specializzati e nelle imprese ad alta intensità di lavoro.

Pensare di sostituire in pochi mesi 2,6 milioni di persone significa ignorare qualifiche, esperienza, collocazione geografica, disponibilità, salari offerti e condizioni lavorative.

Campi, cantieri, ristoranti e famiglie… la remigrazione

Gli stranieri rappresentano il 21,5% degli occupati agricoli, il 19,2% nella ristorazione e negli alberghi, il 17,9% nelle costruzioni, il 14,4% nella logistica e quasi il 30% nei servizi personali e collettivi.

Una re-migrazione indiscriminata significherebbe raccolti non effettuati, cantieri rallentati, alberghi senza personale, merci ferme, cucine dimezzate e famiglie prive di assistenza.

Quasi 500 mila lavoratori domestici stranieri risultavano registrati all’INPS nel 2024. La loro scomparsa ricadrebbe soprattutto sulle donne italiane, frequentemente costrette a lasciare o ridurre il lavoro per assistere anziani e persone non autosufficienti.

L’effetto si propagherebbe quindi ben oltre i posti direttamente occupati dagli immigrati.

Il lavoro nero non giustifica una punizione collettiva

In Italia esistono circa 3,1 milioni di unità di lavoro irregolari, considerando italiani e stranieri. L’ultima stima specifica indicava circa 630 mila immigrati impiegati in nero.

Ma lavoro nero e immigrazione irregolare non coincidono. Molti lavoratori sfruttati possiedono un regolare permesso di soggiorno, mentre non tutti gli stranieri privi di documenti lavorano.

La soluzione non può essere espellere chi viene sfruttato lasciando intatto chi sfrutta. Servono controlli, regolarizzazione, contratti veri, salari dignitosi, formazione, sicurezza e pene severe contro caporalato e intermediazione illegale.

La verità oltre lo slogan

I lavoratori immigrati producono oltre 177 miliardi di euro di valore aggiunto, circa il 9% della ricchezza nazionale. Questa percentuale non può essere trasformata meccanicamente in una previsione di caduta del PIL, perché l’economia reagirebbe nel tempo.

Nel breve periodo, però, l’Italia perderebbe lavoratori, imprenditori, consumatori, contribuenti e competenze. Aumenterebbero costi, ritardi produttivi e prezzi, mentre alcune aziende trasferirebbero lavorazioni all’estero oppure rinuncerebbero alle commesse.

Una politica seria deve programmare gli ingressi in base ai bisogni reali, migliorare le condizioni di lavoro, impedire che l’immigrazione venga usata per abbassare i salari, favorire formazione e integrazione.

La remigrazione che spegnerebbe l’Italia

La re-migrazione generalizzata non libererebbe magicamente milioni di posti per gli italiani. Rischierebbe di liberare capannoni, negozi, cantieri e campi, lasciandoli semplicemente vuoti.

Dietro ogni slogan gridato contro gli immigrati potrebbe esserci una serranda che non si rialzerà, una fabbrica che spegnerà i macchinari, un’azienda italiana destinata a scomparire.

© Fabio Fiorina – centorighe.com

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