Sovraffollamento, edifici decadenti, servizi igienici indegni e sicurezza compromessa
Dati aggiornati al 31 agosto 2026
Il carcere dovrebbe togliere la libertà, non l’acqua, l’aria, la salute e quella dignità che appartiene perfino a chi ha commesso delitti gravissimi. Eppure, dietro molti cancelli italiani, la pena stabilita da un giudice viene quotidianamente aggravata da condizioni mai pronunciate in nessuna sentenza: dormire ammassati, dividere pochi metri quadrati, cucinare vicino al gabinetto, convivere con muffa, ruggine, parassiti, caldo feroce e impianti malfunzionanti.
Non è soltanto una questione umanitaria, come qualcuno liquida con insofferenza per evitare di guardare, perché una prigione degradata diventa inevitabilmente più violenta, più difficile da governare e meno capace di restituire persone migliori alla società. Il sovraffollamento colpisce i detenuti, logora gli agenti, paralizza gli educatori, ritarda le cure e trasforma ogni piccolo incidente in un possibile evento critico.
Quasi ventimila persone oltre i posti realmente disponibili
Al 31 agosto 2026, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nelle 189 carceri italiane risultavano presenti 65.661 persone, mentre la capienza regolamentare dichiarata era di 51.220 posti. Il primo calcolo consegna quindi 14.441 detenuti oltre la capacità teorica, con un tasso di occupazione del 128,2 per cento; ma circa cinquemila posti risultavano indisponibili, riducendo la capienza effettiva a 46.193 unità.
Il dato reale diventa così ancora più grave: 19.468 persone oltre i posti concretamente utilizzabili e un affollamento del 142,1 per cento, record dell’ultimo decennio. In appena un mese le presenze sono aumentate di 868 unità, mentre dall’inizio dell’anno l’incremento ha raggiunto 2.162 detenuti; nello stesso momento, 86 istituti superavano il 150 per cento della capienza effettiva e soltanto 24 rimanevano sotto il cento per cento.
La media nazionale nasconde territori già oltre ogni ragionevole soglia di gestione: la Puglia raggiungeva il 183,8 per cento, la Basilicata il 168,1, il Molise il 161,6 e la Lombardia il 160,2. A Milano San Vittore il tasso arrivava al 225,8 per cento, dimostrando che dietro una percentuale esistono letti aggiunti, ambienti saturi, servizi rallentati e tensioni moltiplicate.
Il confronto europeo non assolve l’Italia, perché le statistiche penali 2025 del Consiglio d’Europa la collocavano già fra i nove sistemi penitenziari con sovraffollamento grave. Da allora la situazione italiana è ulteriormente peggiorata, mentre il problema ha smesso di essere un’emergenza improvvisa ed è diventato un metodo ordinario di amministrazione.
Celle vecchie, reparti chiusi e posti soltanto sulla carta
L’Italia continua a discutere di nuovi padiglioni, ma perde posti dentro strutture consumate da decenni di manutenzione insufficiente e interventi continuamente rinviati. Il XXII rapporto di Antigone, costruito attraverso 102 visite, descrive un patrimonio nel quale 21 istituti furono edificati prima del 1900 e ben 66 strutture presentavano interi reparti inagibili.
Questo significa che il numero scritto nelle tabelle non sempre corrisponde a un letto utilizzabile, perché una sezione chiusa, un impianto guasto o un’area dichiarata insicura cancellano capacità reale. Tra settembre 2024 e agosto 2026 i posti effettivamente disponibili sono scesi da 46.812 a 46.193, con una perdita netta di 619 unità proprio mentre la popolazione detenuta cresceva rapidamente.
Il caso più clamoroso è quello di Sollicciano, dove nel giugno 2026 il giudice per le indagini preliminari di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sei sezioni maschili e dell’area accoglienza. Il provvedimento, nato dopo ricorsi dei detenuti e accertamenti della Procura, ha riguardato condizioni igienico-sanitarie e strutturali talmente gravi da imporre il trasferimento immediato di circa duecento persone.
Non serve attendere il crollo di un muro per riconoscere il cedimento di un sistema, perché il degrado comincia dalle infiltrazioni, dagli intonaci, dagli scarichi, dagli impianti e dalle finestre bloccate. Ogni reparto chiuso aumenta la pressione sugli altri, ogni guasto rinviato sottrae spazio e ogni spazio sottratto rende più difficile separare persone con differenti posizioni giuridiche, età, vulnerabilità o esigenze sanitarie.
Quando il bagno diventa parte della cucina
Nel campione di 102 istituti visitati da Antigone, in 11 mancava il riscaldamento, in 47 esistevano celle prive di acqua calda e in 53 non c’erano docce interne. In 23 carceri si continuava a cucinare nello stesso ambiente dove si trovava il gabinetto, una promiscuità che umilia le persone e rende il mantenimento dell’igiene molto più complicato.
Le ispezioni mostrano episodi che non possono essere archiviati come semplici disservizi locali: cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa; muffa, ruggine e acqua giallastra a Trapani; due sole docce comuni per oltre cinquanta persone in alcune sezioni di Ferrara. Nel carcere milanese di Opera, un guasto ha interrotto il servizio idrico di un reparto, rendendo necessarie seicento bottiglie fornite dalla Croce Rossa.
Durante l’estate il degrado diventa una trappola termica, perché celle affollate, finestre schermate, ventilazione insufficiente e cortili privi d’ombra producono temperature superiori ai quaranta gradi. Oltre il sessanta per cento della popolazione detenuta vive inoltre in custodia chiusa, trascorrendo gran parte della giornata in ambienti sovraffollati; a Rebibbia femminile sono state rilevate fino a cinque persone in stanze destinate a tre, mentre a Sassari alcuni detenuti spostavano i materassi sul pavimento cercando refrigerio.
La scarsità di acqua, docce, frigoriferi accessibili e spazi non rappresenta una somma di fastidi, ma un moltiplicatore sanitario capace di favorire patologie, insonnia, esasperazione e conflitti. Dove manca la privacy perfino nell’uso del bagno, la convivenza obbligata diventa una quotidiana pressione psicologica.
La sicurezza diminuisce mentre aumentano le sbarre
La risposta politica più frequente consiste nel chiudere maggiormente, limitare gli spostamenti e rafforzare la sorveglianza, ma la sicurezza non nasce soltanto da serrature, telecamere e cancelli. Nasce soprattutto da spazi governabili, personale sufficiente, assistenza sanitaria, attività formative, ascolto psicologico e possibilità concrete di distinguere i diversi bisogni presenti dentro un istituto.
Le aggressioni contro la Polizia penitenziaria sono passate da 2.154 nel 2024 a 2.423 nel 2025, aumentando del 12,4 per cento. Quelle tra detenuti sono salite dalle 3.356 del 2021 alle 5.812 del 2025, mentre gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono cresciuti del 27,6 per cento.
Anche il personale lavora dentro questa compressione: al 30 giugno 2026 mancava il 15,39 per cento degli agenti previsti, con 32.212 unità effettivamente presenti e un rapporto medio di due detenuti per agente, anziché 1,5. Gli educatori erano 932 contro i 1.036 stabiliti, mentre nel personale amministrativo la scopertura raggiungeva il 17,77 per cento.
Meno operatori significano turni più pesanti, risposte rallentate, visite esterne difficili da organizzare e percorsi alternativi rinviati. Il Ministero ha annunciato l’assegnazione di 1.443 nuovi agenti nel maggio 2026 e l’ingresso di altri 1.475 entro ottobre, un rafforzamento necessario che rischia tuttavia di essere assorbito dall’aumento continuo delle presenze.
La sicurezza degli agenti non è contrapposta alla dignità dei detenuti, perché entrambi vengono danneggiati dalla stessa cella troppo piena, dalla stessa carenza di personale e dalla medesima struttura fatiscente.
Il disagio psichico trasformato in emergenza permanente
Nelle 72 visite effettuate da Antigone durante gli ultimi dodici mesi, il 9,3 per cento dei detenuti risultava affetto da diagnosi psichiatriche gravi, il 20,5 assumeva stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi e il 46 ricorreva a sedativi o ipnotici. Per ogni cento detenuti erano disponibili mediamente soltanto 6,5 ore settimanali di psichiatria e 16,6 ore di psicologia, entrambe diminuite rispetto alla rilevazione precedente.
Alla fine di agosto 2026 si contavano almeno 42 suicidi dall’inizio dell’anno, sei avvenuti nel solo mese di agosto, mentre gli atti autolesivi continuavano a raccontare un disagio enorme. Il suicidio non ha mai una spiegazione unica, tuttavia isolamento, caldo, affollamento, incertezza, dipendenze, disturbi mentali e scarsità di assistenza costruiscono insieme un ambiente nel quale la fragilità può precipitare rapidamente.
Costruire non basta, soprattutto quando il vecchio cade
Il programma governativo per l’edilizia penitenziaria punta a realizzare oltre diecimila nuovi posti tra il 2025 e il 2027, prevedendo manutenzioni straordinarie capaci di recuperarne circa 1.900. L’obiettivo è indispensabile, ma i dati dell’agosto 2026 mostrano che la capienza effettiva, invece di crescere, si è ridotta; una promessa futura non può sostituire l’urgenza presente.
Nuove celle rischiano inoltre di riempirsi rapidamente se la legislazione continua ad ampliare reati e pene, mentre gli strumenti esterni restano lenti, poveri di personale e privi di alloggi. Alla fine del 2025, 24.348 detenuti avevano una pena residua inferiore a tre anni e 7.790 inferiore a dodici mesi; non significa che tutti potessero uscire automaticamente, ma indica quanto sarebbe decisivo esaminare rapidamente ogni posizione, potenziare gli Uffici per l’esecuzione penale esterna e creare strutture pubbliche di accoglienza.
La soluzione richiede manutenzione immediata degli istituti esistenti, un censimento pubblico dei posti veramente utilizzabili, controlli indipendenti, scadenze verificabili per ogni reparto inagibile e standard inderogabili su acqua, docce, riscaldamento, aerazione e sicurezza antincendio. Servono più agenti, educatori, medici e psicologi, insieme a lavoro, scuola, sport e misure alternative rivolte alle persone che possiedono i requisiti previsti dalla legge.
La Costituzione rimasta fuori dal cancello
L’articolo 27 della Costituzione afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione.
Nel 2013 la sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per condizioni detentive inumane e degradanti, ma nel 2025 la magistratura di sorveglianza ha accolto ancora 6.539 reclami relativi a simili condizioni, il dodici per cento in più dell’anno precedente.
Un carcere indegno non risarcisce le vittime, non migliora la società e non costruisce sicurezza, perché restituisce all’esterno persone più fragili, più arrabbiate e meno preparate alla libertà. Lo Stato può essere severo senza essere disumano, può esigere responsabilità senza praticare l’abbandono e può difendere gli agenti senza trasformare i detenuti in corpi da accatastare.
La domanda conclusiva è semplice e terribile: se lo Stato pretende il rispetto della legge, quanto ancora potrà tollerare l’illegalità materiale delle proprie prigioni? Dietro quelle mura non sta marcendo soltanto un patrimonio edilizio, ma la credibilità stessa di una Repubblica che scrive la dignità nella Costituzione e troppo spesso la lascia fuori dal cancello.
©Hans CPC
