E se gli dèi del tennis decidessero di benedire Djokovic? Se ci pensate bene, Nole è un po’ l’eroe trasversale. Il quarantenne salutista, animalista, amico di ogni lingua e di ogni luogo. Il quarantenne che ha visto sventrata la sua patria e che ha imparato ad amare l’Italia come un italiano esule. È il figlio di un dio e di una figlia dell’uomo… potrebbe essere affascinante pensarla così la sua storia. Così che il prato di Wimbledon diventi l’Eden, magari un Eden scomposto, scommettitore, spettacolarizzato, ma pur sempre il luogo in cui gli immortali decidono il destino dei loro prescelti.
E se gli dèi del tennis decidessero per Djokovic?
Una cosa è certa… salto più sulla sedia per un grande punto di Djokovic che di Sinner. Io Sinner non riesco ad amarlo e non lo accosterei mai agli dèi del tennis. Pensate a un Olimpo popolato da dèi e dee che muovono il tennis e le sue storie, che soffiano sul vento di una palla, che piegano il nastro, che decidono se una riga sarà dentro o fuori di pochi millimetri. In quell’Olimpo Djokovic non sarebbe il più giovane né il più perfetto. Sarebbe il dio inquieto, quello che continua a sfidare il tempo quando tutti lo hanno già dichiarato sconfitto.
Sinner sarà più forte?
Perché gli dèi dello sport non scelgono sempre il più forte. A volte scelgono chi porta sulle spalle il peso degli anni e continua a camminare. Djokovic è questo. L’uomo che rifiuta il copione scritto dagli altri. Ogni suo passo sull’erba è una sfida al destino, ogni recupero impossibile è un atto di ribellione contro la logica. Gli hanno detto cento volte che era finito e cento volte è tornato a sedersi sul trono, con il sorriso di chi conosce il sapore della sopravvivenza.
E se gli dèi del tennis decidessero per Djokovic?
Forse è proprio questo che lo rende diverso. Non gioca soltanto contro un avversario. Gioca contro il tempo, contro la memoria corta dello sport, contro un pubblico che troppo spesso ama soltanto il vincitore del momento. Lui pretende qualcosa di più: essere ricordato.
Se Wimbledon fosse davvero l’Eden, ogni riga bianca sarebbe il confine tra il possibile e l’impossibile. Djokovic entrerebbe in quel giardino non come il favorito, ma come il pellegrino che chiede agli dèi un ultimo miracolo. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per dimostrare che il tempo può essere sconfitto almeno per un pomeriggio.
E se davvero la coppa…
E se quella coppa finisse davvero tra le sue mani, non sarebbe soltanto una vittoria. Sarebbe una leggenda che si rifiuta di morire. Sarebbe il racconto di un uomo che ha attraversato la guerra, le critiche, le incomprensioni, le solitudini, arrivando ancora una volta davanti agli immortali. Così Djokovic alzerebbe una coppa che saprebbe di miracolo divino, ricordando agli dèi che, qualche volta, anche un uomo può sedersi alla loro tavola.
