Mentre il Papa s’illude di dirigere cori celesti, di tessere fughe d’organo che risalgono come incenso verso un Dio troppo lontano per ascoltare, nel retrobottega del cosmo accade l’indicibile: il Dio distratto, quel Dio bambino che gioca con i mondi come con biglie di luce, non si degna di sussurrare nulla alla sua Santità.
Un Papa maestro di coro e corali?
Tace la più crudele delle verità: che gli uomini armati del vecchio Sion, figli di una promessa bruciata dal fanatismo, continuano a disseminare morte, da Gaza al Libano, nelle culle spaccate, nei sorrisi mai nati, nelle notti strappate al respiro dei piccoli.
Un Papa maestro di coro e corali?
E mentre le campane di Roma cercano di suonare l’armonia del Regno, altrove la musica è un rogo: sibili di missili, frantumi di vetro, pianti che nessun coro potrà mai accordare. Lì, dove la terra è un santuario violato, il sangue dei bambini scorre come un inchiostro sacro e profano, un’acqua rossa che chiede al cielo di ricordarsi di essere cielo. Ma il cielo, oggi, è un buco nero spirituale: inghiotte preghiere, non restituisce risposte.
Povero papariello
E allora il Papa, povero pontefice di un ponte spezzato, resta lì, a evocare canti mentre attorno un Dio disattento lascia che altri dèi — quelli di ferro, di fuoco, di politica e superbia — orchestrino il massacro. In questo teatro lisergico, dove l’incenso diventa fumo tossico e la liturgia si muta in delirio, resta solo un’immagine: un dio che non è più Padre, ma un regista assente; un dio che permette a questo “papariello”, fragile e devoto, di credere ancora nella pace mentre la pace implode.
E i bambini, loro sì, sono l’unico vero Vangelo: un Vangelo fatto a pezzi, che grida più forte di tutte le omelie del mondo.

