Trump continua nel suo delirio geopolitico! Un circo di minacce a cielo aperto che ormai non risparmia più nessuno: prima il Venezuela, poi il Messico, ora pure la Colombia.
Trump continua nel suo delirio geopolitico
Una specie di roulette dell’arroganza dove il tamburo gira e ogni volta esce un Paese latinoamericano da ricattare, come se il mondo fosse ancora un palcoscenico coloniale in cui gli Stati Uniti dettano legge e tutti gli altri devono ringraziare. È la vecchia dottrina del “noi decidiamo, voi obbedite”, solo che ora viene servita da un uomo che vive politicamente di slogan e fantasie di potenza, incapace di capire che la realtà internazionale non è un comizio da stadio.
La risposta di Maduro
In tutto questo, la risposta di Maduro — che piaccia oppure no, che uno lo adori o lo detesti — centra il punto come un pugno sulla scrivania. Non perché Maduro sia un santo, ma perché negli Stati Uniti, soprattutto nell’America trumpiana, c’è un’abitudine patologica: fare la predica al mondo mentre si ignorano voragini sociali che inghiottono milioni di persone. Per una volta, lo specchio è stato puntato dall’altra parte.
Trump continua nel suo delirio geopolitico: la risposta di Maduro
Eccola, testuale, la risposta:“Gli Stati Uniti vogliono dominare il mondo mentre ignorano milioni di cittadini senza casa, senza cibo, senza istruzione e schiacciati dalla dipendenza della droga. Vogliono ‘salvare’ gli altri… con le armi. Prima salvate voi stessi. Noi sappiamo cosa fare con il Venezuela”. Ora qualcuno provi a trovargli un difetto logico.
La parte tragica
La parte tragica è che queste parole, invece di essere liquidate come propaganda, fotografano un Paese che da decenni esporta libertà con le bombe e democrazia con i carri armati, mentre dentro le sue città intere comunità vivono tra strade fatiscenti, overdose, lavori precari e un welfare da terzo mondo. Il paradiso dei ricchi e l’inferno dei dimenticati ma con la pretesa morale di “guidare il pianeta”.
Trump continua nel suo delirio geopolitico
Trump, con la sua mentalità da sceriffo del Far West, questa contraddizione non la vede. O meglio, non gli interessa. Perché il suo pubblico vuole forza, pugni sul tavolo, minacce mascherate da patriottismo. E lui gliele serve, a secchiate, come se la diplomazia fosse un videogioco.E allora sì, sipario. Sipario su un leader che continua a scambiare il Sudamerica per il cortile dietro casa, su un’America che dovrebbe guardarsi allo specchio invece di puntare il dito, su una politica estera che sembra scritta da un uomo convinto che la storia sia un film d’azione. Ma la realtà non è Hollywood, e prima o poi il conto arriva. Sempre.
