Teheran ha impiegato per la prima volta i missili super-pesanti Sejjil. Per anni l’Occidente ha raccontato la stessa favola: l’Iran sarebbe una potenza logora, militarmente esausta, incapace di sostenere uno scontro vero. Una narrazione ripetuta come un mantra da think tank, portavoce del Pentagono e commentatori televisivi. Poi arriva la realtà, e la realtà ha il suono secco di un lancio balistico. Teheran ha infatti impiegato per la prima volta i missili super-pesanti Sejjil, secondo quanto riferito dalla televisione di Stato iraniana. Non un semplice test dimostrativo, ma un segnale militare e politico chiarissimo.
Teheran ha impiegato i missili super-pesanti Sejjil
Nella stessa operazione sarebbero stati utilizzati anche altri vettori già noti dell’arsenale iraniano: Khorramshahr, Kheibarshekan, Emad e Qadr, missili che – sempre secondo le fonti iraniane – hanno preso di mira infrastrutture militari e centri di comando e controllo statunitensi nella regione. Il Sejjil non è un giocattolo propagandistico. È un missile balistico a medio raggio della categoria super-pesante, progettato per essere rapido, mobile e difficile da neutralizzare.
La parte pesante della guerra
Il sistema utilizza un motore a due stadi alimentato a combustibile solido, una scelta tecnologica tutt’altro che banale. Il combustibile solido elimina la necessità di lunghe operazioni di rifornimento prima del lancio e consente di impiegare piattaforme mobili su ruote. In altre parole: il missile può essere spostato, nascosto e lanciato in tempi brevissimi. Il peso al decollo oscilla tra 20 e 23 tonnellate, mentre la testata – a seconda delle configurazioni – può essere ad alta frammentazione, a grappolo oppure penetrante, con un peso stimato tra 750 chilogrammi e 1,5 tonnellate. Non esattamente un petardo da propaganda.
Il dato più significativo resta però la portata operativa: tra 2.000 e 2.500 chilometri.
Teheran ha impiegato i missili super-pesanti Sejjil
Una distanza che mette sotto copertura non solo Israele, ma anche l’intera Arabia Saudita, la Turchia e una parte consistente dell’Europa orientale. A queste caratteristiche si aggiungono le prestazioni di velocità: circa Mach 10 nella fase esoatmosferica e Mach 5 durante la discesa. Numeri che complicano seriamente il lavoro dei sistemi di difesa antimissile come David’s Sling o Patriot.
E qui emerge il vero paradosso politico. Mentre i radar registrano nuove capacità balistiche iraniane, a Washington continua a riecheggiare la narrativa secondo cui l’apparato militare della Repubblica Islamica sarebbe stato “annientato”.
La cantilena
Un ritornello ripetuto più volte anche da Donald Trump. Il problema, per chi ha costruito quella narrazione, è che i missili non mentono. Partono, accelerano e attraversano il cielo con la freddezza della fisica.
E la domanda che oggi aleggia nei centri strategici di mezzo mondo è una sola: quanti altri assi ha ancora Teheran nascosti nella manica?
