Spagna: 1.221 euro al mese, per 14 mensilità. Non è uno slogan, non è un sogno: è il salario minimo in Spagna, conquistato passo dopo passo, con pazienza e coraggio, dal governo di Pedro Sánchez. Nel 2018 erano 736 euro. Otto anni dopo, un aumento del 65%. Numeri che raccontano una storia semplice e potente: quando la politica sceglie di stare dalla parte delle persone, il Paese cresce.

Spagna: 1.221 euro al mese

E infatti la Spagna cresce davvero, l’occupazione tocca livelli mai visti, la dignità del lavoro torna a respirare. Come una primavera attesa troppo a lungo.
Da noi, invece, il tempo sembra essersi fermato. In Italia il salario minimo è stato bocciato… archiviato. Cestinato con la solita leggerezza con cui si scartano le cose che non riguardano i palazzi.

La bassezza di chi a ma non è

Giorgia Meloni dice che non serve, che ci sono altre priorità. E quali sarebbero? La riforma della giustizia, per mettere al riparo i politici dalle inchieste. Ancora una volta, prima loro. Sempre loro. È qui che nasce la nostalgia. Per un’Italia che sapeva discutere di salari, di diritti, di tutele. Per un Paese che considerava il lavoro non una concessione, ma un fondamento. Oggi, invece, si difende la precarietà come fosse modernità, si giustificano stipendi indegni come se fossero un destino inevitabile, e intanto si chiede sacrificio a chi non ha più nulla da sacrificare.

Spagna: 1.221 euro al mese

La Spagna ci ricorda che un’altra strada esiste. Che scegliere il lavoro significa scegliere il futuro. Che investire sulle persone non è ideologia, ma buon senso. Ecco perché è importante dire NO. No a questo immobilismo travestito da prudenza. No a un governo che guarda altrove mentre il Paese si impoverisce. No a una politica che ha smesso di sognare e, peggio ancora, di lottare.
Perché un’Italia diversa non è un’utopia. È solo una scelta. E noi, quella scelta, non possiamo più rimandarla.

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