Quello che ci manca, quello che ci hanno tolto è il confronto… quello sano, quello del popolo. Seduti nei bar, tra un caffè e un Campari, trovavi comunisti in lite con i democristiani, mentre i socialisti odiavano entrambi ma erano pronti al dialogo, o a scannarsi con tutti: con i missini, i repubblicani, i liberali. Non si limitavano alle domande e alle accuse, sapevano dare risposte.

Quello che ci hanno tolto è il confronto

Il meccanico e il professore di filosofia a discutere su chi avesse la ricetta per il paradiso, e tutto era estremamente vero e si chiamava: confronto. Non era solo politica, era un modo di stare al mondo. Era il rito quotidiano della parola che si fa carne, del pensiero che prende forma davanti a un bicchiere sbeccato e a un tavolino traballante.

Si parlava per scavarsi dentro

Si parlava per capire, ma anche per misurarsi, per sentire il peso delle idee addosso, per metterle alla prova contro quelle dell’altro. Nessuno cercava facili applausi: bastava lo sguardo dell’interlocutore, bastava il silenzio improvviso dopo un’argomentazione riuscita, bastava quel mezzo sorriso che ammetteva, senza dirlo, di essere stato colpito.

Quello che ci hanno tolto è il confronto

Le parole erano sudate, ruvide, imperfette, ma vere. Non c’erano frasi preconfezionate, slogan riciclati, indignazioni a comando. C’era il rischio di sbagliare, e proprio per questo c’era la bellezza di provarci. Ci si scaldava, si alzava la voce, si batteva il pugno sul tavolo, poi arrivava il caffè e, con lui, una tregua fragile, un armistizio fatto di ironia e stanchezza. Si tornava a casa più leggeri, anche quando si era perso il duello, perché comunque si era partecipato.

Oggi c’è un sangue di acciaio

Oggi, invece, il confronto è diventato una vetrina. Si parla per esibirsi, non per incontrarsi. Si scrive per ferire, non per capire. Si blocca, si cancella, si silenzia: la contraddizione è diventata un fastidio, non una ricchezza. Abbiamo smesso di frequentare i luoghi fisici del pensiero, e con essi abbiamo perso il coraggio della complessità. Ci manca quel disordine vitale, quella confusione feconda, quel rumore di fondo fatto di idee che si scontrano e si mescolano. Ci manca l’umanità imperfetta delle discussioni infinite, delle notti tirate fino all’alba per salvare una tesi o demolirla.

Quello che ci hanno tolto è il confronto

Ci manca, soprattutto, la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande di noi: una comunità che discute, sbaglia, litiga, ma non smette mai di cercare. E forse è proprio questo che ci hanno tolto: il diritto di perderci insieme, per provare, ogni volta, a ritrovarci migliori.

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