Sanremo tra vanità e apparenza. Sembra una boutique accessibile alla stampa e tv. Sembra la Chiesa della necessità dell’essere. Trovo atroce che la Pausini si infili ovunque: rubando la scena, impallando la telecamera ai colleghi. Ieri sera va a infilarsi nel coro dei ragazzi con fragilità come se fosse normale essere lì, in quel momento, al posto loro. Non voglio parlare delle canzoni perché a ognuno piace la sua… ma la vera colonna sonora di questo festival non sono le note: è il fruscio dei vestiti, lo scintillio dei lustrini, lo scroscio delle lacrime facili.

Sanremo tra vanità e apparenza

Un teatro dell’ego dove ogni presenza deve diventare indispensabile, ogni volto deve occupare il centro, ogni gesto deve reclamare attenzione. Non importa quanto sia fuori luogo, quanto sia invadente, quanto sappia di prepotenza emotiva: l’importante è esserci. Sempre. Ovunque. Comunque. La Pausini sembra incarnare questa smania con una puntualità quasi chirurgica. Non entra in scena: la conquista. Non accompagna: sovrasta. Non partecipa: si sovrappone.

La corsa…

È una corsa continua a occupare lo spazio simbolico, a rubare ossigeno, a trasformare qualsiasi momento collettivo in una consacrazione personale. Anche quando la scena richiederebbe silenzio, discrezione, rispetto. Anche quando il protagonismo diventa una forma elegante di violenza.

Sanremo tra vanità e apparenza

E poi le lacrime, dosate come spezia narrativa. Lacrime che non scendono, ma vengono convocate. Lacrime educate, televisive, perfette per il primo piano. Lacrime che non raccontano un dolore, ma una strategia. Perché la commozione è diventata un format, una scorciatoia emotiva, un modo rapido per legittimarsi, per farsi assolvere, per risultare intoccabili.Intanto, il palco brilla come una vetrina di alta moda: abiti che urlano, luci che accecano, pose che implorano attenzione.

Lustrini e basta

Tutto è eccesso, tutto è ridondanza, tutto è troppo. In questo sovraccarico visivo ed emotivo, l’essenziale scompare. Rimane solo la rappresentazione, gonfia, patinata, autoreferenziale. Sanremo non è più una festa: è una liturgia dell’ego. Un rito in cui la vanità si traveste da arte e l’invadenza da sensibilità. E in mezzo, schiacciato tra i lustrini e i singhiozzi programmati, resta poco spazio per ciò che dovrebbe contare davvero. Solo un lungo, interminabile specchiarsi

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