Siamo seri, ma chi crede a questa politica? Ma chi crede a questi politici? Principalmente dovremmo essere concordi su una cosa: chi più, chi meno, sono dei ciarlatani improvvisati, imbonitori da circo. Assomigliano più al colonnello Parker, celebre manager di Elvis Presley, che a un qualsiasi politico anche solo di quarant’anni fa.

Siamo seri, ma chi crede a questa politica?

La credibilità la perdono continuando una perenne campagna elettorale. Più che politica, assomiglia a una pubblicità della The Coca-Cola Company: versione natalizia, versione con il nome sopra la lattina, versione estate sotto l’ombrellone. Se analizziamo la politica estera, e non solo dalla parte del governo, ma anche delle opposizioni favorevoli all’invio di armi e soldi a Kiev e a una chiusura perenne verso Mosca, ci rendiamo conto di quanta media e alta borghesia ci sia nel nostro progressismo/socialismo.

La vera differenza

La vera differenza con le destre è nel modo in cui vengono chiamati i provvedimenti, le leggi o i decreti… (il caso del collaborazionismo meloniano con il genocidio è una piaga totalmente ed esclusivamente sua).Il punto vero è che la politica contemporanea non governa più: comunica. Non amministra: annuncia. Non costruisce visioni: lancia slogan da consumare nel tempo di uno scroll. Il ministro diventa influencer, il parlamentare opinionista, il leader un testimonial permanente di se stesso.

Siamo seri, ma chi crede a questa politica?

Ogni tragedia viene piegata a scenografia, ogni crisi trasformata in palco, ogni conferenza stampa somiglia sempre più a una televendita con toni drammatici e musica di sottofondo invisibile. Una volta, pur con tutti i limiti, esistevano culture politiche riconoscibili: il socialismo operaio, il cattolicesimo sociale, il liberalismo istituzionale. Oggi restano i loghi, i colori, le grafiche, i consulenti di marketing. È la vittoria dell’etichetta sul contenuto. Il vuoto confezionato bene. Anche il cosiddetto progressismo spesso parla il linguaggio dei salotti benestanti: diritti raccontati come accessori di prestigio, battaglie sociali ridotte a certificati morali da esibire tra un aperitivo e un convegno.

Intanto l’Italia si sbriciola

Intanto il lavoro precario marcisce, gli stipendi si sbriciolano, i quartieri popolari vengono dimenticati e la rabbia sociale viene lasciata in eredità ai demagoghi. Le destre, dal canto loro, intercettano quel rancore ma lo deviano. Invece di colpire rendite, privilegi e concentrazioni di potere, indicano bersagli più facili: il migrante, il povero, il diverso, il dissidente, il vicino di casa trasformato in minaccia. È il trucco più antico del mercato politico: dividere chi sta sotto per proteggere chi sta sopra.

Siamo seri, ma chi crede a questa politica?

Nel frattempo il cittadino assiste a questo teatro con crescente disincanto. Non crede più a nessuno, e spesso ha ragione. Ma il pericolo nasce proprio lì: quando la sfiducia diventa totale, il vuoto viene riempito dal primo venditore di miracoli con mascella dura e frase pronta. Servirebbe una politica meno estetica e più etica. Meno storytelling e più verità. Meno fedeltà ai blocchi internazionali e più fedeltà ai bisogni reali di chi fatica ad arrivare a fine mese. Servirebbero persone capaci di perdere voti pur di dire una cosa giusta.

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