Sanremo 2026 si presenta come il solito circo dorato, un gigantesco bazar musicale dove la varietà non è ricchezza ma confusione impacchettata: rap da algoritmo, pop da aperitivo, veterani riciclati come mobili da mercatino dell’usato, giovani presi da TikTok come caramelle dal barattolo. Il tutto condito con l’illusione di “grande musica”, mentre spesso l’arte rimane fuori dall’Ariston con il biglietto in mano.
Sanremo 2026 si presenta come il solito circo
E nel mezzo di questa giostra, brillano — si fa per dire — le star dell’inconsapevole inutilità: Fedez e Marco Masini, la coppia più improbabile dai tempi del gelato al gusto parmigiano. Fedez, il re del perma-hype, arriva come se stesse salvando la patria musicale, ma in realtà porta la solita traccia confezionata in laboratorio con più branding che anima: utilità artistica pari a un tostapane sull’Everest. Masini invece è il custode supremo del déjà-vu: rassicurante come un plaid, prevedibile come una replica di “Carramba”, melodrammatico di default. Metterli insieme è una performance concettuale degna della Biennale: un’installazione vivente sull’assurdità.
E gli altri?
Meritano una classifica speciale, la Top 10 ufficiale dell’inutilità sanremese 2026:
10) Francesco Renga – L’eterno ritorno del ritornello. Appare come un’abitudine nazionale, modulazione obbligatoria inclusa. Non lo vuoi, ma come il pandoro a Natale… arriva.
Sanremo 2026 si presenta come il solito circo
9) Tommaso Paradiso – Il cantautore da aperitivo. Nostalgia prefabbricata, occhiali anche di notte e sempre la stessa canzone da bar con storia triste incorporata. È un deodorante per ambienti: non disturba, ma non resta.
8) Arisa – La roulette delle identità artistiche
Ogni Sanremo è un personaggio nuovo. Bello, eh… ma chi è oggi? Boh.
Mamma mia comme storto!!!
7) Malika Ayane – La nuvola di fumo chic
Sempre elegante, sempre uguale. È il reboot infinito di un film d’autore che nessuno ha mai finito.
6) Ermal Meta – L’equazione perfetta della prevedibilità. Archi, dramma, mano sul petto, crescendo emotivo: l’ingegneria del pathos applicata alla musica.
Sanremo 2026 si presenta come il solito circo
5) Gli emergenti TikTok – La carne fresca del marketing. Fanno un ritornello di 13 secondi, un milione di views, poi scompaiono più veloci dei bonus governativi.
4) Le band rock random – Il rock di plastica
Giubbottini neri, due urli, tre pose. Esistono solo nei comunicati stampa.
3) I veterani resuscitati – L’archeologia musicale.
Chiamati “per rispetto”. La canzone? Identica a quella del ’98, ma con un loop elettronico per sembrare moderna.
I giovani di Sanremo 2026
Sai… io li guardo, questi giovani di Sanremo…e mi viene da pensare.E pensa che non volevo pensare, eh…perché a una certa, quando pensi troppo, poi ti viene voglia di cambiare canale.Però io li guardo…E dico: mah.Sì, perché oggi essere giovani non basta più.Un tempo il giovane aveva qualcosa da dire…magari non sapeva come dirlo…però ce l’aveva. Adesso invece…non sanno neanche cosa stanno dicendo,però lo dicono benissimo…con quella sicurezza lì, un po’…tecnologica.
I ragazzi da TikTok
Li vedi entrare sul palco che sembrano appena usciti da un tutorial. E fanno quella cosa… quel gesto… quel movimento…che tu li guardi e dici: «Ma è la canzone o è il caricamento del video?» Sono veloci. Sono rapidi. Sono…come dire… brevi. Non sono cantanti…sono notifiche.
I cantautori indie
E poi ci sono loro. Quelli col maglione largo…la voce bassa… lo sguardo che sembra sempre perso. Fanno canzoni che sembrano scritte sulle panchine di una stazione, mentre aspetti un treno che non arriverà mai perché ci sono già saliti, ma per scendere ed esultare devono faticare le sette camice fatitiche perché ogni loro nota è una ricerca, un senso una ferita aperta. Ma purtroppo di “I Cani”, “Amalfitano” o “Mille” ce ne sono pochi, veramente pochi… o forse non riescono a esplodere.
Le ragazze pop elettroniche
Luci, neon, glitter… e poi vocoder. Sempre vocoder. Che se lo togli… è come togliere la benzina a un motorino: fa “pfff”… e si spegne. Sono belle, sì… ma sono come i grattacieli di notte: illuminati… però vuoti.
I giovani impegnati
Ah…questi mi piacciono. Perché ci provano, eh…ci mettono l’anima,ci mettono la faccia,ci mettono tutto… tranne la vita vissuta. Cantano di dolore, di ingiustizia, di rivoluzione… come se avessero trent’anni di fabbrica alle spalle. In realtà hanno vent’anni di abbonamenti a Netflix.
Conclusione
Il problema non è che sono giovani. Il problema è che sembrano… giovani già usati. Come se avessero fatto la vita di tre generazioni senza mai uscire di casa. Sanremo Giovani? Sì… ma giovani di plastica, che si sciolgono appena si accende una luce un po’ più calda. E allora io dico: non serve cantare di più… serve vivere di più. Perché la musica non nasce nei social… nasce nei piedi… nelle strade… nelle scarpe consumate, e finché nessuno le consumerà… sentiremo sempre la stessa canzone.
