La stampa italiana, quella che dovrebbe essere cane da guardia del potere, è diventata il suo barboncino ammaestrato: scodinzola, non morde, e quando serve copre le tracce del padrone. Non si limita più a raccontare i fatti: li filtra, li imbalsama, li trucca con il cerone del “giornalismo responsabile”. Invece di scoperchiare le verità, spesso le sotterra. Invece di illuminare le zone oscure, piazza riflettori dove conviene, lasciando il resto nell’ombra. È un ecosistema in cui la notizia non si cerca: si confeziona. Dove il dubbio non è una virtù ma una minaccia. Dove la mistificazione è un servizio pubblico, e l’insabbiamento una prassi elegante.

I due sacerdoti della stampa corrotta

In questo grande laboratorio della percezione, ci sono figure che incarnano perfettamente la forma più avanzata e seducente di questa distorsione: quella che camuffa la propaganda da informazione di qualità. È qui che entrano in scena i due principali sacerdoti del racconto ufficiale: Enrico Mentana e Bruno Vespa. Mentana è forse il più rappresentativo, perché nel suo giornalismo si concentra un’intera sintassi dell’egemonia. È il volto lucido di un sistema mediatico che ha smesso di informare e ha iniziato a costruire consenso. La sua abilità non sta nel servilismo esplicito, ma nell’arte di mascherarlo. È lo specchio brillante — dunque deformante — di un potere che non proibisce, seleziona. Che non censura, epura con eleganza. Una grammatica segreta che ti fa parlare la sua lingua mentre credi di scegliere la tua.

La coppia del regime

Bruno Vespa, invece, è la versione più classica e istituzionalizzata di questo paradigma: il cerimoniere del potere, il custode del plastico, il narratore ufficiale della normalità apparente. Più che un giornalista, un garante del racconto che deve restare stabile, rassicurante, addomesticato. Un ventriloquo del palazzo che da decenni spaccia il punto di vista dei potenti come se fosse la voce del popolo. In questo scenario, l’egemonia non annuncia, non ordina: si installa. Entra nei telegiornali, nei talk, nelle presunte analisi imparziali.

I due sacerdoti della stampa corrotta

I suoi officianti — chi con la raffinatezza chirurgica di Mentana, chi con la liturgia istituzionale di Vespa — non fanno altro che custodirla. Il loro potere non sta nel dire cosa pensare, ma nel delimitare ciò che può essere pensato. Nella perfetta simulazione della libertà. Ecco dove nasce il vero servilismo: non nell’inchino, ma nella capacità di farlo sembrare un gesto neutrale. Una semplice informazione. Una notizia come un’altra. Quando, invece, è già propaganda. Di quella che non sembra propaganda. Di quella che funziona davvero.

Di Cento Righe

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