In Palestina, oggi, accade questo: l’ennesimo capitolo della liturgia dell’oppressione, officiata da chi brandisce droni e decreti come fossero reliquie sacre d’un dio furioso e senza volto. Le strade di Gaza e della West Bank sono il nuovo altare del mondo: lì si consuma un sacrificio che nessun cielo ha mai richiesto, un sacrificio che solo l’arroganza degli oppressori continua a pretendere.
In Palestina, oggi, accade questo
Ogni nuova operazione militare — come quella che oggi divora Tubas, con case circondate, tetti sequestrati e famiglie scacciate come ombre — è l’eco blasfema d’un potere che si crede eterno, immune, intoccabile. Promettono tregue che non durano neanche il tempo di una preghiera spezzata, violano cessate-il-fuoco come si violano i tabernacoli, con indifferenza sacrilega, con la certezza che nessuno li fermerà mentre trasformano la vita di un popolo in una cronaca di funerali.
Gaza…
Gaza, poi, è diventata un canto di fame che lacera l’aria. Bambini che non dovrebbero conoscere altro che il sapore del pane e del gioco, oggi imparano invece la lingua cruda della malnutrizione, la grammatica del freddo, la liturgia del sopravvivere. Le campagne devastate — quel misero 4% di terra ancora coltivabile — sono la firma di un potere che non si limita a combattere: affama, sradica, prosciuga. Come se la guerra non fosse abbastanza, arriva la pioggia, che in un mondo normale sarebbe benedizione, ma qui diventa flagello: tende sommerse, fango che divora ogni riparo, famiglie intere che tremano come icone spezzate, abbandonate agli elementi.
In Palestina, oggi, accade questo
E intanto gli oppressori parlano di “ricostruzione”, di “linee di sicurezza”, di progetti di pace. Parlano, sempre. Parlano mentre il costo stimato per ricostruire Gaza è un numero grottesco — 70 miliardi — come se il prezzo del dolore potesse essere calcolato, contabilizzato, incasellato nei fogli di un qualche ministero celeste. Parlano della Yellow Line come fosse un disegno urbanistico: in realtà è una cicatrice politica, un muro invisibile che rischia di diventare eterno, una frontiera dell’umiliazione che tenta di trasformare il provvisorio in destino.
Dentro Gaza
Dentro Gaza il popolo protesta anche contro le proprie autorità, perché l’oppressione è come un veleno: si diffonde, si infiltra, corrode anche ciò che dovrebbe proteggere. E mentre chi comanda reprime, chi vive sopporta. Sopporta fame, gelo, lutto, silenzi, e una comunità internazionale che si limita a “esprimere preoccupazione” — l’equivalente diplomatico di accendere una candela in una tempesta.
In Palestina, oggi, accade questo
Eppure, tra le macerie, ci sono scintille. Una squadra di calcio che si qualifica a un torneo diventa miracolo laico, un grido di vita: bambini che sognano, anche se tutto intorno un mondo intero sembra volerli convincere a non farlo. Una clinica mobile nata da un vecchio papamobile attraversa le strade sventrate: è un simbolo fragile, sì, ma pur sempre un simbolo di cura. In mezzo alla crudeltà sistemica, questi piccoli gesti sono come icone psichedeliche che brillano nel buio, un lampo di sacralità in un deserto di ingiustizia.
Non è la fine
No, non è la fine del conflitto. Non c’è tregua che regga quando gli oppressori continuano a considerare il dolore altrui un rumore di fondo. Non c’è pace dove la fame è arma, dove il freddo è sentenza, dove la ricostruzione è promessa e non realtà.
In Palestina, oggi, accade questo
Quello che accade in Palestina non è un incidente della Storia: è una scelta. Una scelta di potere, di controllo, di disumanizzazione. È la prepotenza che si traveste da sicurezza, è la violenza che si maschera da necessità strategica, è l’oppressione che pretende di essere chiamata ordine.
E finché chi schiaccia continuerà a camminare convinto che i suoi passi siano quelli di un dio, continueremo a vedere solo cenere, pianto e vento.
Ma sotto quella cenere, già adesso, pulsa una vita che non si fa spegnere. Una vita che resiste, che canta, che sogna — anche quando il cielo sopra di lei continua a rompersi.
