Il progetto salario minimo non è un atto di carità: è giustizia sociale nella sua forma più pura, nella sua nudità etica che non chiede permesso a nessuno. Gli imprenditori che lavorano a risparmio con una base salariale ridicola sono incapaci di “imprendere”, sono fantasmi di un’economia stanca, predicatori di un mercato che prospera solo schiacciando schiene e speranze.
Il progetto salario minimo non è un atto di carità
Il salario minimo è una conquista ed evoluzione sociale e sociologica, un atto di maturazione collettiva, un passaggio simbolico in cui si compie la giustizia verso un popolo che da troppo tempo viene trattato come una massa di carne da produzione, come un ingranaggio sacrificabile del grande macchinario capitalistico. Eppure, di fronte a questa necessità storica, a questo semplice riconoscere che la dignità non è un optional, il governo Meloni si erge come una diga artificiale nel mezzo di un fiume in piena. Blocca, ritarda, smonta, ridicolizza ogni iniziativa della sinistra che tenta, con tutte le sue imperfezioni, di portare avanti un progetto che guarda ai lavoratori, non agli sponsor ideologici o ai gruppi di potere.
Le contraddizioni
Il governo parla di libertà d’impresa, ma spesso sembra solo difendere la libertà di pagare poco; parla di tutela dei più fragili, ma poi si scorda dei fragili quando si tratta di dare loro uno stipendio che non sia un insulto alla sopravvivenza. Il salario minimo non è un capriccio politico, non è una bandiera da sventolare nelle piazze per racimolare voti: è una necessità strutturale. È l’atto che permette di dire mai più salari da fame, mai più lavoratori costretti a due o tre impieghi per pagare un affitto, mai più giovani che fuggono all’estero perché in patria vengono offesi da paghe da sottomondo.
Il progetto salario minimo non è un atto di carità
L’opposizione al salario minimo è una difesa dell’ingiustizia, un atto di conservazione dei privilegi, un rifiuto di leggere il proprio tempo. Chi parla contro il salario minimo parla contro un popolo, contro un’idea di società più equa, contro la possibilità che l’Italia finalmente si rialzi non sulle spalle curve dei suoi lavoratori, ma sulla loro dignità riconquistata. Il progetto salario minimo è un gesto di civiltà, un passaggio obbligato per un Paese che vuole smettere di essere un laboratorio di sfruttamento e diventare finalmente una comunità che si rispetta. Chi lo ostacola — governo Meloni in testa — si assume la responsabilità storica di aver difeso l’ingiustizia come se fosse un valore nazionale.
