Quanto sei bella Roma tra ‘na fojetta e un sospiro. La storia delle misure romane per il vino è un racconto che intreccia quotidianità, ingegno popolare e lotta agli imbrogli, attraversando i secoli dalla Roma antica fino alle osterie moderne.

Roma tra ‘na fojetta e un sospiro

Un viaggio che parte dalle grandi anfore in terracotta e arriva alle brocche di vetro con la tacca incisa, simbolo di precisione e di giustizia “al bicchiere”. Nell’antichità i Romani producevano e conservavano il vino nei dolii, enormi contenitori di terracotta spesso interrati. Per la mescita, però, soprattutto nei thermopolia e nelle locande, si usavano recipienti più piccoli, in terracotta o in metallo, di dimensioni variabili. Ed è proprio qui che nasce il problema: l’oste, non di rado, tendeva a “stringere la mano”, lasciando il bicchiere appena sotto l’orlo.

Le liti da Hosteria

Le discussioni erano frequenti e il sospetto costante. Con il tempo si affermarono misure sempre più precise e popolari, fino all’intervento decisivo di Papa Sisto V, che nel 1588 impose l’uso esclusivo di recipienti in vetro. Su questi doveva essere incisa una sottile tacca, detta “capello”, che indicava il livello esatto del vino. Un segno minimo, ma fondamentale, nato per contrastare le frodi e garantire equità. Da qui l’espressione ancora viva “stare a guardare il capello”, rivolta a chi controlla ogni dettaglio con eccessivo scrupolo.

Roma tra ‘na fojetta e un sospiro

Molte di quelle misure sopravvivono ancora oggi nelle osterie romane, pur essendo ormai definite in litri. Il tubo corrisponde a un litro, la foglietta a mezzo litro, il quartino a un quarto. Accanto a queste resistono denominazioni pittoresche: il chierichetto (un quinto di litro), il sospiro (un decimo, chiesto quasi sottovoce) e lo sciacquadenti, una quantità minima, più simbolica che dissetante.
Così, dietro un semplice bicchiere di vino, si nasconde una lunga storia di tradizioni, regole e linguaggio popolare che Roma continua a versare, giorno dopo giorno.

Di Cento Righe

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