La fine della coscienza sociale è qui e ora. Viviamo nella povertà più subdola, quella che non fa rumore, che non sporca le mani ma anestetizza le coscienze. È la miseria di una società che ha disimparato a schierarsi, che non sceglie più, che non rischia più nulla se non la propria dignità, lentamente erosa. Non c’è più conflitto, non c’è più frattura: c’è solo l’evidenza imposta, confezionata, spiegata, digerita e infine ingoiata senza masticare.
La fine della coscienza sociale è qui e ora
La verità non si cerca, si riceve. Come una notifica. Come un ordine gentile.
Netanyahu e Zelensky non sono che i volti più lucidi di questo Occidente depresso e deprimente: non cause, ma sintomi. Animatori di un teatro morale in cui il bene e il male sono già decisi prima ancora che il sipario si alzi. Figure sacralizzate o demonizzate a comando, utili a mantenere l’illusione di una scelta mentre tutto è già scritto.
L’Occidente addentatore
L’Occidente li osserva, li applaude, li giustifica, li usa. E nel farlo si svuota, si contrae, si spegne. Ai giovani viene consegnato un mondo prefabbricato, dove l’indignazione è consentita solo entro perimetri sicuri, dove la politica è ridotta a tifo e la morale a un manuale igienico: pulito, statico, asettico. Nessun fango, nessun sangue, nessuna contraddizione. Pensare diventa sconveniente, dubitare quasi osceno. Meglio adeguarsi, meglio restare neutrali, meglio non esporsi.
La fine della coscienza sociale è qui e ora
Così l’indifferenza cresce come una muffa elegante, invisibile ma persistente.
È questa la vera povertà: l’assenza di tensione etica, la rinuncia alla disobbedienza interiore. Una società che non si schiera più è una società che ha paura di guardarsi allo specchio. Preferisce seguire la corrente, anche quando sa che porta verso il vuoto. Preferisce delegare il giudizio, anestetizzare il dissenso, confondere la complessità con il fastidio.
Fermi…
E allora restiamo fermi, immobili, convinti di essere “dalla parte giusta” solo perché ce lo hanno detto. Ma una morale che non viene attraversata dal dubbio è solo un regolamento. Una politica senza passione è solo amministrazione del nulla. E un Occidente che educa all’indifferenza non è stanco: è complice. Io non vedo neutralità, vedo resa. Non vedo equilibrio, vedo paura. E in questo silenzio educato, in questa compostezza senz’anima, sento il rumore sordo di una civiltà che ha smesso di scegliere. E quindi, lentamente, di vivere.
