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Monologo dell’Operaio: Un uomo in tuta da lavoro, le mani sporche di grasso, intorno: tubi, ferraglia, una lampadina che lampeggia come spia d’allarme. Si sente il rumore lontano di una catena di montaggio. Parla, a tratti urla, a tratti sussurra. È solo, ma si rivolge a un pubblico invisibile, come fosse la sua coscienza o i compagni di fabbrica assenti.

Monologo dell’Operaio

Le spie d’allarme… le vedete? Là, in fondo, rosse come ferite che non si chiudono. Lampeggiano giù al reparto Controllo Qualità. Non so chi sia stato, qualcuno dice che hanno buttato una chiave inglese dentro la macchina… e sapete cosa hanno fatto a quel qualcuno? L’hanno buttato via anche lui. Dentro il buco. Niente più nome, niente più tuta. Una chiave inglese, un uomo: stessa sorte, stessa rottamazione. Giù al molo di carico si sente un brusio… no, non è un brusio, è una rabbia che cresce, che sale dalle viscere della città. Qualcuno ha fischiato, e al fischio i muri sono caduti. Non servono bombe, qui: basta un fischio per far crollare le pareti che ci tengono schiavi.

Nella sala del consiglio

E intanto, su in alto, nella sala del consiglio, ci sono loro. I padroni. I signori del profitto. Che annusano l’aria come cani da tartufo.
“Hai sentito anche tu quell’odore?” Sì, signori miei è puzza. È la vostra fabbrica che marcisce, sono i vostri sogni che puzzano di muffa, è il vostro denaro che cola dai bagni, che cola nelle crepe dei muri. Ci sono spie nel personale. Ovunque. Non sai più chi è il compagno che lavora accanto a te, o chi è la bocca che domani ti venderà al caporeparto. E nei corridoi, basta un colpo di tosse, uno starnuto… e subito ti puntano addosso: “Attento! È malessere industriale”.

Monologo dell’Operaio

Eh già… qui tutto ha un nome, tutto si cataloga. Persino il dolore. Il custode l’hanno crocifisso, poveraccio. Aveva solo chiuso gli occhi un momento ma loro l’hanno inchiodato in piazza, colpevole di sonno, colpevole di stanchezza. E il cane da guardia? Ha la rabbia. Il caporeparto? Ha le pulci. E noi? Noi abbiamo il malessere industriale.
Panico al centralino: linee che gracchiano, voci che si accavallano. C’è chi accusa la direzione, chi gli impiegati. Tutti scaricano la colpa su qualcun altro, come se la colpa fosse un pacco postale da spedire lontano. Ma noi sappiamo la verità.

Non sappiamo di che malattia…

Noi sappiamo che il malessere industriale è il veleno che scorre nei tubi della fabbrica, nelle vene della città, nelle nostre ossa consumate. Io l’ho visto coi miei occhi, quel veleno. Ho visto uomini lasciare gli utensili, gettarli a terra con un clangore che pareva un’esplosione. “Basta!” urlavano. E hanno marciato fuori. La forza lavoro disgustata, ferita, umiliata. L’innocenza… sì, anche quella esisteva, un tempo. Ma l’innocenza qui muore presto, appena ti mettono in mano un badge, appena senti la sirena del turno.

Monologo dell’Operaio

Alla televisione, parlano di “crisi”. Le chiamano così, loro. Crisi. Ribasso monetario. Congiuntura economica. Io la chiamo col suo nome: maledizione. Una maledizione che ci inchioda al banco, che ci piega la schiena, che ci ruba gli anni migliori. La filosofia è inutile, dite? Sì. Qui dentro non c’è spazio per Platone. La teologia è peggio: Dio non entra in fabbrica. Qui entra solo la paura, e il gelo economico che ci stringe la gola. E i sociologi? Ah, i sociologi si inventano parole… paroloni… ma nessuno di loro ha mai respirato la polvere di ferro. Nessuno di loro sa cosa significa alzarsi alle cinque del mattino con le mani già gonfie.

Le visioni del dottore

E poi c’è il dottore. Il dottor Parkinson.
“Avete la tosse del fumatore”, mi dice. “Siete appesantiti perché bevete troppa birra”.
Ma cosa ne sai tu, dottore? La birra è l’unica cosa che ci tiene vivi, l’unica medicina che possiamo permetterci. E sai che ricetta mi ha fatto, questo luminare? “Depressione. Tornate a trovarmi”. Eh già… un cliente fisso. Un cliente del malessere industriale.
Io, per cercare respiro, sono andato fino all’angolo della piazza. Là almeno puoi parlare, puoi urlare, puoi sputare la tua rabbia. Turisti che ridono, poliziotti che osservano dalle camionette. Due Gesù. Avete capito bene. Due Gesù. Uno dice: “Io guarirò il malessere industriale, basta abolire il lunedì mattina e il venerdì pomeriggio”. L’altro non parla, digiuna. Muore piano, davanti a tutti. E io mi chiedo: ma come può pure Gesù prendersi il malessere industriale? Un cantante urlava: “Faranno guerre per tenerci in fabbrica. Faranno guerre per spezzarci le ginocchia. Faranno guerre persino per fermare il Giappone… ma mai per liberare noi”. E io l’ho creduto. Perché lo vedo ogni giorno. Non ci danno libertà, ci danno regole, birra sgasata, giornali pieni di donne nude e viaggi low cost.

Monologo dell’Operaio

Palliativi, distrazioni, zuccherini. Così dimentichiamo. Così non pensiamo. Ma io non dimentico. Io li sento, i muri che tremano. Io lo sento, il respiro dei compagni che non ce la fanno più. Io lo so, che il malessere industriale non è un’influenza, non è una crisi passeggera. È la nostra croce. È il nostro inferno. È la nostra fabbrica. E se un giorno… se un giorno le sirene si spegnessero, se un giorno i cancelli si aprissero davvero… allora sì che ci sarebbe da avere paura. Non per noi. Per loro. Perché noi siamo tanti. Siamo i fischi che abbattono i muri.

Noi siamo

Siamo le mani che stringono le chiavi inglesi.
Siamo la rabbia che lampeggia più forte delle spie d’allarme. E il malessere industriale… lo guariremo noi. Sapete cosa succede quando la catena si ferma? Succede che il tempo, per la prima volta, respira. Succede che l’ingranaggio si guarda allo specchio e non si riconosce più. Il rumore tace, ma dentro di noi continua a martellare, come un eco che non muore. Abbiamo macchine al posto del sangue, eppure — quando tutto si ferma — le macchine sembrano più umane di noi. Ci hanno insegnato a produrre, non a vivere. A stringere bulloni, non mani. A contare ore, non sogni.

Monologo dell’Operaio

E adesso, mentre i neon sfarfallano come anime in pena, capisco che la fabbrica non è un luogo È un contagio. Ti entra nei polmoni, ti cresce nelle ossa, ti parla quando dormi. Ti sussurra: “Lavora. Lavora ancora. Finché non resti tu stesso un pezzo di ferro da buttare via”. Ma io non voglio arrugginire in silenzio. Io voglio gridare il nome dei miei compagni scomparsi, quelli che non hanno avuto voce, quelli che si sono dissolti nel fumo delle caldaie. Li sento, sapete? Sono qui, in questo buio, a dirmi: “Parla per noi”. E io parlo.
Parlo per le mani spaccate, per le schiene curve, per gli occhi bruciati dal neon. Parlo per chi ha creduto che il lavoro fosse dignità, e ha scoperto che era schiavitù col cartellino. Un giorno, forse, la fabbrica esploderà. Non per una bomba, ma per troppa verità accumulata. Perché la verità, come il gas, prima o poi scoppia.

E allora si vedrà chi siamo davvero: non numeri, non turnisti, non dipendenti. Ma carne viva che ha imparato a urlare. Quando accadrà, non ci sarà più silenzio nelle officine. Ci sarà musica. Musica fatta di catene spezzate, di ferraglia che canta vendetta, di cuori che battono all’unisono. E quella, sì… sarà la sinfonia del malessere industriale che diventa rivoluzione.

By Fabio Fiorina

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