La verità, questa volta, potrebbe trovarsi sott’acqua. Non nelle dichiarazioni ufficiali, non nelle versioni ricostruite a posteriori, ma nei filmati registrati dalle telecamere agganciate alle mute delle vittime. Quegli occhi meccanici, freddi, silenziosi, potrebbero aver visto gli ultimi istanti dentro la grotta di Dekenu Kandu, alle Maldive, dove ha perso la vita Monica Montefalcone, docente dell’Università di Genova.
Insieme ai corpi sono state recuperate anche le attrezzature.Ed
La verità, questa volta, potrebbe trovarsi sott’acqua
Ed è lì che ora si concentra una parte decisiva dell’inchiesta. Perché una grotta sommersa non perdona improvvisazioni, errori di valutazione, ritardi, panico o sottovalutazioni. Ogni secondo può diventare una condanna. Ogni movimento sbagliato può trasformare una spedizione in tragedia. La Procura di Roma dovrà però attendere i tempi tecnici della rogatoria per ottenere dispositivi e file. Tradotto: la possibile verità esiste, forse è già impressa in quelle immagini, ma resta ancora chiusa dentro procedure, autorizzazioni e passaggi internazionali.
Una burocrazia necessaria?
Una burocrazia necessaria, certo, ma terribilmente lenta davanti alla domanda più semplice e più dolorosa: che cosa è accaduto davvero là sotto? Intanto gli inquirenti hanno iniziato ad ascoltare i colleghi di Monica Montefalcone. L’Università di Genova avrebbe comunicato ai pm un elemento non secondario: quell’immersione non rientrava nel programma ufficiale della missione.
La verità, questa volta, potrebbe trovarsi sott’acqua
Questo apre un fronte delicato. Se non era parte dell’attività istituzionale, chi l’ha organizzata? Con quali autorizzazioni? Con quale livello di sicurezza? E soprattutto: erano stati valutati davvero tutti i rischi?
È qui che la tragedia smette di essere soltanto un incidente e diventa una questione di responsabilità. Perché il mare, si sa, non fa sconti. Ma gli uomini, spesso, prima ancora del mare, sottovalutano il pericolo. E quando accade, il silenzio degli abissi diventa il più feroce degli atti d’accusa.
