La situazione politica italiana verso le elezioni del 2027 non è delle più promettenti. L’Italia non è tornata a un bipolarismo classico. È un sistema a due coalizioni obbligate, costruite sopra un multipartitismo frammentato. Il voto tende a concentrarsi tra due blocchi, ma la composizione dei blocchi, la leadership, il programma comune e perfino la legge elettorale restano in parte indefiniti. Il disorientamento dell’elettore è quindi razionale, non accidentale.
La situazione politica italiana
Al 10 settembre 2026 la formula più precisa è bipolarismo di coalizione e multipartitismo di partito. Esistono due possibili maggioranze, ma non due soggetti politici omogenei. Il centrodestra è più organizzato perché governa insieme dal 2022; il campo progressista è competitivo nei numeri, ma non ha ancora chiuso l’accordo su candidato alla Presidenza del Consiglio, perimetro, Ucraina, rapporto con Matteo Renzi e programma condiviso. Fuori dai due nuclei agiscono Roberto Vannacci e un centro liberale che possono cambiare il risultato.
La parola candidato richiede una precisazione. In Italia il Presidente del Consiglio non è eletto direttamente. Il Presidente della Repubblica lo nomina e il Governo deve ottenere la fiducia di entrambe le Camere. La proposta di legge elettorale impone alle liste di indicare un nome, ma non modifica questi passaggi costituzionali. Anche questa distanza tra comunicazione politica e regola istituzionale contribuisce alla confusione.
| Domanda | Risposta operativa | Significato |
| Quante sigle nazionali sono misurate separatamente | 13 | È il conteggio del sondaggio YouTrend del 4 settembre |
| Quanti soggetti sono oggi nel negoziato politico | Circa 15 | Si aggiungono almeno Spazio Pubblico e Progetto Civico |
| Quanti aspiranti alla guida sono plausibili | 3 certi più 2 possibili | Meloni Schlein Conte e in autonomia Vannacci e Calenda |
| Quante liste nazionali potrebbero arrivare sulla scheda | Stima da 9 a 13 | Molte sigle dovranno federarsi o rinunciare |
Quanti sono i pretendenti
Non esiste ancora un numero ufficiale. I contrassegni, le liste e le candidature saranno depositati soltanto a ridosso delle elezioni e la data del voto non è stata fissata. Un numero secco, oggi, sarebbe artificiale. È però possibile contare ciò che già esiste nel confronto nazionale.
Primo livello: YouTrend rileva separatamente tredici etichette nazionali: Fratelli d’Italia, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Futuro Nazionale, Forza Italia, Alleanza Verdi e Sinistra, Lega, Azione, Italia Viva, Più Europa, Partito Liberaldemocratico, Ora e Noi Moderati. È il conteggio più solido per rispondere alla domanda su quanti soggetti abbiano già una presenza misurabile.
Secondo livello: il numero sale a circa quindici se si considerano Spazio Pubblico di Pina Picierno e Progetto Civico di Alessandro Onorato, che compaiono nelle ipotesi di aggregazione testate dall’istituto Noto. Sale oltre venti se si scompongono le federazioni già esistenti, come Alleanza Verdi e Sinistra e Noi Moderati, e si aggiungono partiti regionali, socialisti, cattolico democratici, comunisti e movimenti antisistema.
Terzo livello: i pretendenti credibili alla guida del Governo sono molti meno. Giorgia Meloni è la candidata naturale del centrodestra. Elly Schlein e Giuseppe Conte si contendono la leadership del campo progressista. Roberto Vannacci può presentarsi come capo di una destra autonoma, mentre Carlo Calenda può guidare un polo liberale distinto. Matteo Renzi conserva capacità negoziale, ma i consensi attribuiti a Italia Viva lo collocano oggi più nel ruolo di alleato decisivo che in quello di candidato competitivo alla Presidenza del Consiglio.
La previsione più ragionevole è quindi questa: da nove a tredici simboli nazionali effettivi sulla scheda, più eventuali liste territoriali o delle minoranze linguistiche. È una stima, non un dato. La soglia del 3 per cento e il possibile premio al 42 per cento spingono le sigle piccole a presentarsi insieme, mentre la ricerca di visibilità spinge nella direzione opposta.
La situazione politica italiana: il bipolarismo apparente
I sondaggi mostrano due blocchi quasi equivalenti, ma la parità dipende da chi viene incluso. Tecnè attribuisce il 42,6 per cento sia al centrodestra di governo sia a un campo progressista esteso a Italia Viva e Più Europa. Noto colloca entrambi al 41,5 per cento, ma il nucleo PD M5S AVS si ferma al 37,2 e raggiunge la parità soltanto aggiungendo Italia Viva, Più Europa e Progetto Civico. YouTrend, invece, misura il nucleo progressista al 40,6 e il centrodestra senza Vannacci al 38,9; con i piccoli alleati il primo sale al 44,6 e con Vannacci il secondo al 46,8.
Tre fotografie dei rapporti di forza pubblicate tra il 4 e il 9 settembre 2026
| Istituto | Centrodestra senza FN | Campo progressista | Futuro Nazionale | Centro autonomo |
| YouTrend | 38,9 | 40,6 base 44,6 esteso | 7,9 | Azione 3,9 |
| Tecnè | 42,6 | 42,6 esteso | 7,4 | Azione 3,2 |
| Noto | 41,5 | 37,2 base 41,5 esteso | 8,0 | Lista liberale 5,0 |
Questi valori non sono una previsione del risultato. I campioni di YouTrend e Tecnè hanno un margine di errore dichiarato di circa 3,5 punti e le coalizioni sono costruzioni ipotetiche. Servono però a mostrare una relazione decisiva: il distacco tra i due blocchi è inferiore al peso dei partiti che stanno sul confine. La competizione è bipolare nel traguardo, multipolare nei mezzi.
La legge elettorale chi premia?
La legge in vigore resta il Rosatellum finché una riforma non sarà approvata definitivamente. È un sistema misto: circa il 37 per cento dei seggi viene assegnato in collegi uninominali e circa il 63 per cento con metodo proporzionale; la soglia nazionale ordinaria è il 3 per cento per le liste e il 10 per cento per le coalizioni. Nei collegi uninominali una divisione tra alleati può consegnare il seggio all’avversario. Per questo anche una forza piccola può chiedere collegi sicuri e candidature protette.
La riforma denominata Bignami bis o Stabilicum cambierebbe l’incentivo, ma non eliminerebbe il potere dei piccoli. Il testo approvato dalla Camera il 16 luglio prevede un sistema interamente proporzionale e un premio per la lista o coalizione che superi il 42 per cento in entrambe le Camere. Il premio vale 70 deputati e 35 senatori, con un tetto complessivo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Se nessuno raggiunge la soglia, tutti i seggi sono distribuiti proporzionalmente.
La situazione politica italiana
Al 9 settembre il testo era ancora al Senato. Il ballottaggio era stato abbandonato, ma restavano aperte le preferenze, i capilista bloccati e soprattutto il trattamento dei voti raccolti dalle liste sotto soglia nel calcolo del 42 per cento. Fratelli d’Italia valutava emendamenti delle opposizioni sulle preferenze pure, mentre Forza Italia minacciava conseguenze politiche se fossero saltati gli accordi di maggioranza. Se il Senato modifica il testo, la Camera dovrà esaminarlo di nuovo dal 28 settembre.
Il risultato è paradossale. Una riforma presentata per rendere chiaro il vincitore rende oggi meno chiaro il voto, perché le forze politiche negoziano alleanze e candidature mentre la regola non è ancora definitiva. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa considera buona pratica evitare modifiche agli elementi fondamentali della legge elettorale nell’anno che precede il voto. Non è un divieto giuridico per il Parlamento italiano, ma è un criterio di stabilità e fiducia che qui merita attenzione.
La maggioranza e le sue linee di frattura
Il partito di Giorgia Meloni
Fratelli d’Italia è il perno del sistema di governo e il primo partito nei sondaggi, in una fascia recente compresa tra il 26,5 e il 28 per cento. La sua organizzazione politica è fortemente centrata su Giorgia Meloni. Le differenze interne passano più attraverso reti personali, territoriali e di governo che attraverso correnti con piattaforme pubbliche. Esistono sensibilità diverse tra la destra sociale e identitaria, l’area istituzionale atlantista e il gruppo dirigente che controlla l’organizzazione, ma nessuna dispone oggi di una leadership alternativa in grado di contendere il partito alla presidente.
La forza di Meloni deriva anche dalla durata dell’esecutivo e dalla debolezza relativa degli alleati. Il governo ha superato nel settembre 2026 il precedente primato di durata del secondo governo Berlusconi. La stabilità, tuttavia, non equivale a uniformità politica: serve soprattutto a disciplinare le divergenze e a rinviare i conflitti alla fase elettorale.
Lega
La Lega vive la frattura più profonda del centrodestra. La linea nazionale e sovranista di Matteo Salvini convive con il tradizionale asse autonomista e produttivista del Nord, rappresentato da amministratori e governatori come Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e l’eredità politica di Luca Zaia. L’uscita di Vannacci ha tolto dal partito l’ala più radicale senza risolvere la domanda essenziale: Lega nazionale o partito territoriale del Nord. Con consensi stimati tra il 4,4 e il 5,7 per cento, Salvini resta indispensabile alla coalizione ma molto meno dominante che nel 2019.
Forza Italia e Noi Moderati
Forza Italia occupa lo spazio moderato, europeista e popolare del centrodestra. Antonio Tajani garantisce continuità internazionale e rapporto con il Partito Popolare Europeo; le pressioni per il ricambio, il ruolo della famiglia Berlusconi e il peso degli amministratori del Sud mostrano però che la successione al fondatore non è chiusa sul piano organizzativo. Il partito vale circa il 7 o 8 per cento e può porre un veto politico a un accordo con Vannacci, soprattutto su Europa, Ucraina e diritti.
Noi Moderati, tra lo 0,9 e l’1,5 per cento, è il cespuglio classico: una federazione di culture centriste, cattoliche e territoriali che da sola rischia la soglia, ma in coalizione offre candidature, amministratori e un segnale di allargamento verso il centro. La sua debolezza elettorale individuale coincide con una discreta utilità negoziale.
Futuro Nazionale
Roberto Vannacci ha fondato Futuro Nazionale nel febbraio 2026 dopo la rottura con la Lega. In sette mesi il nuovo partito è salito tra il 7,4 e l’8 per cento, superando la Lega e, in alcune rilevazioni, anche Forza Italia. Non è più corretto chiamarlo cespuglio: è una forza pivotale. Se corre con Meloni, il centrodestra può collocarsi tra il 46,8 e il 49,5 per cento nelle simulazioni correnti. Se corre da solo, può impedire alla coalizione di governo di raggiungere il 42 per cento.
L’accordo avrebbe un prezzo. Futuro Nazionale contesta il pragmatismo europeo e atlantico di Meloni, si oppone agli aiuti militari all’Ucraina e assume posizioni più radicali su immigrazione e diritti. Un’intesa potrebbe recuperare voti a destra e perderne tra i moderati; un rifiuto potrebbe costare il premio di maggioranza. Forza Italia ha già espresso una distanza di cultura politica. Questo è il principale dilemma strategico della coalizione.
Il campo progressista e i nodi irrisolti
Il nucleo dell’opposizione è formato da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Nei sondaggi recenti vale tra il 37,2 e il 40,6 per cento. È abbastanza per contendere il primato, non sempre per superare il 42 per cento. La competitività dipende quindi dall’allargamento a Italia Viva, Più Europa e forze civiche, proprio i soggetti sui quali esistono le maggiori riserve politiche.
Partito Democratico
Il PD resta il secondo partito, tra il 19,5 e il 22,2 per cento. Elly Schlein guida una maggioranza progressista concentrata su lavoro, sanità, disuguaglianze, diritti e transizione ecologica. L’area riformista legata a Stefano Bonaccini mantiene amministratori e rappresentanza, ma ha perso pezzi verso il centro. Il passaggio di Elisabetta Gualmini ad Azione e l’uscita di Pina Picierno verso Spazio Pubblico trasformano una parte del dissenso interno in concorrenza esterna. Il problema del PD non è soltanto un conflitto tra correnti: è tenere insieme un profilo di sinistra riconoscibile e la capacità di attrarre elettori liberali ed europeisti.
Movimento 5 Stelle
Il M5S è stimato tra il 12,2 e il 12,6 per cento. Giuseppe Conte domina il partito dopo la separazione politica da Beppe Grillo e la trasformazione del movimento in una forza più strutturata e collocata a sinistra. La minoranza non è una corrente organizzata: è un’area di scontento composta da ex dirigenti e militanti legati all’identità originaria, ostili agli accordi con il PD e soprattutto con Renzi. La voce più riconoscibile resta Chiara Appendino, mentre Virginia Raggi e Alessandro Di Battista rappresentano un richiamo esterno o laterale all’originario spirito antisistema.
Conte chiede le primarie per il candidato della coalizione e pone condizioni politiche su armi all’Ucraina, politiche sociali e affidabilità degli alleati. Queste posizioni gli consentono di non apparire subordinato al PD, ma rendono più difficile un accordo con l’area liberal democratica.
Alleanza Verdi e Sinistra
AVS vale tra il 5,5 e il 6,2 per cento ed è già una coalizione dentro la coalizione: Europa Verde di Angelo Bonelli e Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni. La doppia natura ecologista e socialista è diventata elettoralmente riconoscibile. Il suo potere non deriva solo dai voti. AVS può rendere credibile il profilo sociale e ambientale del campo progressista, ma esercita anche un veto su invio di armi, grandi opere, fiscalità patrimoniale e alleanze troppo spostate al centro.
Il cantiere comune non è chiuso. Il 9 settembre Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni hanno confermato l’intenzione di costruire un programma attraverso una consultazione prevista in ottobre, dopo il percorso Nova del M5S. Restano irrisolti il metodo di scelta del candidato, l’invio di armi all’Ucraina e la presenza di Renzi. Un sondaggio Noto attribuisce a Schlein il 52 per cento e a Conte il 44 in ipotetiche primarie, ma metà degli elettori del centrosinistra preferirebbe affidare la candidatura al leader del partito più votato. La leadership resta quindi politica, non aritmetica.
Il centro conteso
Il centro italiano non è vuoto; è sovraffollato e poco coordinato. Azione oscilla tra il 3,2 e il 3,9 per cento. Italia Viva tra il 2 e il 2,4. Più Europa tra l’1 e l’1,6. Il Partito Liberaldemocratico è all’1,3, Ora all’1,1, Progetto Civico all’1,3 in una rilevazione Noto. Presi separatamente, molti rischiano di non eleggere parlamentari. Presi insieme, possono superare la soglia e decidere quale coalizione raggiunge il premio.
La possibile lista Azione Partito Liberaldemocratico Spazio Pubblico è stimata da Noto al 5 per cento. Riunirebbe Carlo Calenda, Luigi Marattin e Pina Picierno attorno a un profilo liberale, europeista e riformista. È un progetto più coerente di un semplice cartello elettorale, ma deve risolvere leadership, selezione dei candidati e rapporto con il PD. Ora di Michele Boldrin e Alberto Forchielli tenta a sua volta un’offerta tecnocratica e liberale autonoma, aumentando la concorrenza nello stesso bacino.
Italia Viva, Più Europa e Progetto Civico sono invece potenziali componenti del campo progressista allargato. Il primo porta organizzazione e capacità tattica ma anche la sfiducia del M5S; il secondo porta un’identità europeista e sui diritti che può entrare in tensione con Conte; il terzo offre amministratori locali più che un elettorato nazionale consolidato. Il loro valore negoziale nasce dal fatto che pochi punti possono separare il 41,5 dal 42 per cento.
La situazione politica italiana
| Area | Soggetti | Stato del patto | Potere negoziale |
| Centrodestra di governo | FdI FI Lega NM | Coalizione esistente e governo comune | Alto ma asimmetrico a favore di Meloni |
| Destra esterna | Futuro Nazionale | Autonoma e senza accordo definitivo | Può dare o togliere il premio |
| Nucleo progressista | PD M5S AVS | Cooperazione crescente ma non contratto chiuso | Competitivo ma spesso sotto il 42 |
| Allargamento progressista | IV Più Europa Progetto Civico | Possibile e contestato | Decisivo per raggiungere la soglia |
| Centro liberale | Azione PLD Spazio Pubblico Ora | Due progetti concorrenti | Può superare il 3 o restare frammentato |
| Territori e protesta | Autonomisti regionali e liste antisistema | Geometria variabile | Localmente decisivo e utile alle coalizioni |
Le correnti dentro i partiti
Le correnti non hanno tutte la stessa natura. Nel PD sono aree politiche riconoscibili. Nella Lega coincidono con identità territoriali e strategiche. In FdI e M5S prevalgono leadership molto forti e reti meno formalizzate. In Forza Italia pesano il rapporto con la famiglia fondatrice e gli amministratori. Chiamare tutto corrente nasconde più di quanto spieghi; conviene osservare la frattura concreta che ciascuna area produce.
| Partito | Linea dominante | Linea alternativa o tensione | Effetto sul 2027 |
| FdI | Leadership di Meloni e controllo centrale | Reti territoriali e sensibilità identitarie o istituzionali | Nessuna sfida al vertice ma competizione sulle candidature |
| Lega | Salvini e partito nazionale sovranista | Governatori e autonomismo del Nord | Scelta identitaria e recupero dopo la scissione Vannacci |
| FI | Tajani e profilo PPE | Ricambio organizzativo e influenza della famiglia Berlusconi | Veto moderato sull allargamento a destra |
| PD | Schlein e maggioranza progressista | Energia Popolare e riformisti | Rischio di fuga al centro e necessità di sintesi |
| M5S | Conte e collocazione progressista | Originalisti contrari alle alleanze tradizionali | Pressione per primarie e contro Renzi |
| AVS | Accordo Bonelli Fratoianni | Differenza tra ecologismo e sinistra socialista | Coesione sui temi e veto su difesa e fisco |
| Centro | Leadership personali separate | Concorrenza tra progetti simili | Federarsi per superare la soglia o disperdere voti |
Le cause del disorientamento elettorale
Il disorientamento non nasce semplicemente dal numero dei partiti. Nasce dal fatto che le informazioni essenziali arrivano nell’ordine sbagliato. Prima si misurano i leader, poi si negoziano i seggi, quindi si discute la legge elettorale e soltanto alla fine si prova a scrivere un programma comune. L’elettore riceve una lunga campagna di posizionamento senza poter confrontare due offerte di governo complete.
Regola incerta. Non è ancora noto se si voterà con il Rosatellum o con lo Stabilicum e alcuni meccanismi della riforma restano aperti.
Coalizioni incompiute. Il rapporto tra Meloni e Vannacci e quello tra il campo progressista e i centristi cambiano la probabilità di vittoria.
Leadership non definita. A destra Meloni non ha rivali nel proprio blocco; a sinistra Schlein e Conte non hanno ancora concordato la procedura.
Programmi successivi agli accordi. Le divergenze su Ucraina Europa fisco migrazione giustizia e grandi opere attraversano le coalizioni.
Liste e candidati opachi. Preferenze capilista bloccati e distribuzione dei collegi determinano chi sarà eletto ma non sono ancora stabilizzati.
Sondaggi usati come moneta negoziale. Variazioni inferiori al margine di errore vengono trasformate in richieste di posti e diritto di veto.
La distanza dalla politica è già misurabile. Nel 2022 l’affluenza alle elezioni politiche si fermò al 63,91 per cento, il minimo della storia repubblicana. Nei sondaggi di settembre 2026, indecisi e orientati all’astensione valgono il 33,6 per cento per YouTrend e il 45,6 per Tecnè. Queste ultime percentuali non sono previsioni di affluenza e non sono direttamente confrontabili tra loro, ma mostrano che la platea non schierata è molto più grande di qualsiasi partito.
Quattro scenari per il 2027
| Scenario | Condizione | Esito probabile | Rischio politico |
| Destra allargata | Accordo tra Meloni e Vannacci | Blocco tra circa 47 e 50 e premio probabile | Radicalizzazione e perdita di moderati |
| Campo progressista esteso | PD M5S AVS con IV Più Europa e civici | Blocco tra circa 41 e 45 e gara aperta | Programma fragile e conflitti dopo il voto |
| Due blocchi sotto soglia | FN e centro corrono autonomi | Nessun premio e Parlamento proporzionale | Accordi successivi al voto poco trasparenti |
| Riforma non approvata | Resta il Rosatellum | Decidono collegi uninominali e coalizioni larghe | Cessione di seggi sicuri ai piccoli alleati |
Lo scenario più stabile sulla carta è quello in cui uno dei due blocchi supera chiaramente il 42 per cento. Non è necessariamente il più stabile nella legislatura: un’alleanza costruita soltanto per ottenere il premio può portare in Parlamento contraddizioni che riemergono su bilancio, politica estera e riforme istituzionali. Lo scenario senza premio è meno netto per il vincitore ma più coerente con la reale pluralità del sistema; comporterebbe però trattative successive al voto, proprio ciò che la riforma dichiara di voler ridurre.
Le informazioni necessarie prima del voto
Per trasformare la scheda in una scelta consapevole, ogni coalizione dovrebbe pubblicare prima dell’apertura formale della campagna un contratto politico verificabile. Non bastano manifesti separati dei partiti né un elenco di intenzioni. Servono almeno i seguenti elementi.
Perimetro definitivo. Elenco dei partiti della coalizione e impegno esplicito sugli accordi possibili dopo il voto.
Metodo di leadership. Regola per scegliere il candidato e procedura da applicare se le Camere non producono la maggioranza prevista.
Programma comune. Dieci priorità misurabili con tempi responsabili e indicatori di risultato.
Coperture finanziarie. Costo delle promesse impatto su deficit e debito e misure compensative.
Punti di dissenso. Posizioni separate dichiarate in anticipo e meccanismo con cui la coalizione deciderà al governo.
Selezione dei parlamentari. Criteri per candidature preferenze capilista e collegi assegnati agli alleati.
Impegni istituzionali. Posizione comune su Europa Ucraina legge di bilancio sanità salari migrazione giustizia autonomia e riforme costituzionali.
Giudizio finale
La risposta alla domanda iniziale è dunque doppia. Sì, la competizione tende al bipolarismo perché la legge, sia quella vigente sia quella proposta, premia le coalizioni e punisce la dispersione. No, non esiste un bipolarismo perfetto: i partiti restano molti, le fratture attraversano entrambi i campi e una quota vicina al 15 per cento può collocarsi fuori dai due nuclei maggiori.
I cespugli non sono un’anomalia folkloristica. Sono il prodotto razionale di soglie, premi e collegi. Quando i blocchi oscillano attorno al 42 per cento, l’uno per cento di un alleato non vale soltanto un punto: può valere l’accesso al premio, alcuni seggi sicuri e un potere di veto per tutta la legislatura. Il caso Vannacci porta questo meccanismo all’estremo, perché un partito vicino all’8 per cento può decidere l’intera geometria della destra.
La responsabilità del disordine non può essere scaricata sull’elettore. La politica gli chiede di scegliere mentre tiene aperte la regola della gara, la composizione delle squadre e parti essenziali del contratto di governo. Finché questi elementi resteranno negoziabili, la scheda non offrirà due programmi alternativi ma due deleghe largamente in bianco. La chiarezza democratica comincia quando alleanze, costi, dissensi e conseguenze vengono dichiarati prima del voto, non spiegati dopo.
Nota metodologica
L’analisi fotografa la situazione disponibile al 10 settembre 2026. Le percentuali citate provengono da rilevazioni diverse per committente, campione e metodo e non devono essere sommate fuori dalle configurazioni pubblicate dagli istituti. Le fasce e gli scenari indicano rapporti di forza, non risultati elettorali. Il conteggio dei pretendenti distingue tra etichette misurate, organizzazioni politiche e candidati alla guida del Governo; un unico numero non descriverebbe correttamente tutti e tre i livelli.

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