L’Iran combatte ancora nel cortile deciso dagli americani, la risposta dell’Iran è inadeguata, troppo prevedibile, troppo confinata dentro il perimetro stabilito dagli Stati Uniti e da Israele. Come accaduto ad altri Paesi aggrediti, Teheran reagisce dove Washington pretende che la guerra rimanga. Colpisce navi, basi, installazioni militari americane disseminate nel Medio Oriente, lasciando però intatto il cuore territoriale dell’aggressore.
La risposta dell’Iran è inadeguata
Gli Stati Uniti continuano a combattere lontano da casa, protetti dagli oceani, dalle portaerei, dai satelliti, dai governi alleati. Finché la guerra resta nel Golfo, Washington può presentarla agli americani come un altro spettacolo televisivo. Le bombe partono, le immagini arrivano, i morti parlano lingue straniere, quindi la coscienza nazionale rimane comodamente addormentata. Teheran dovrebbe comprendere che una potenza simile si ferma soltanto quando scopre di non essere territorialmente intoccabile.
Serve invertire le parti
La risposta deve raggiungere il territorio americano, colpendo esclusivamente strutture militari coinvolte nell’aggressione, senza trasformare i civili in bersagli. Mandare navi verso quelle coste significherebbe spezzare un privilegio costruito attraverso decenni di guerre combattute sempre nelle case altrui. Washington pretende il diritto di bombardare chiunque, ovunque, conservando per sé una sicurezza considerata quasi divina.
La risposta dell’Iran è inadeguata
Il Vietnam mostrò il limite americano, un esercito enorme può devastare un Paese senza riuscire a piegarne la volontà trasformando un’invasione in una disfatta. La superiorità tecnologica non sostituisce il coraggio sul terreno, la conoscenza del territorio, la capacità di sopportare perdite prolungate. Gli statunitensi hanno bisogno di alleati, aeroporti, porti, intelligence, rifornimenti, governi disponibili, eserciti locali mandati a vincere altrimenti da soli non sarebbero capaci di farlo… come madame storia ci ha insegnato.
Senza alleati gli statunitensi non sono nulla
Senza questa gigantesca infrastruttura internazionale, la loro forza militare perde profondità, continuità, capacità politica. Washington domina quando può bombardare da lontano, soffre quando il conflitto diventa fisico, ravvicinato, costoso, incontrollabile. Definire invincibile l’esercito americano significa confondere la potenza delle armi con la capacità di vincere davvero una guerra. Gli Stati Uniti possiedono strumenti devastanti, ma dipendono da una rete mondiale di complicità militari, economiche, diplomatiche.
La risposta dell’Iran…
L’Iran continua invece a rispondere contro basi collocate in Paesi terzi, offrendo a Washington nuove giustificazioni per allargare il conflitto. Ogni attacco limitato alla regione conferma il principio americano, noi colpiamo voi, voi reagite lontano dalle nostre città. Questa non è deterrenza, rappresenta una guerra accettata secondo le regole dell’aggressore. Il coraggio richiesto non consiste nel moltiplicare bersagli mediorientali, ma nel dimostrare che nessun territorio possiede un’immunità imperiale.
Una risposta diretta cambierebbe qualcosa?
Una risposta diretta cambierebbe immediatamente il calcolo politico, militare, psicologico degli Stati Uniti. Il Congresso, l’opinione pubblica, i mercati, le famiglie dei militari comprenderebbero finalmente il prezzo reale delle decisioni presidenziali. Tutte le nazioni sottoposte al brigantaggio americano dovrebbero capire questa semplice verità. Difendersi esclusivamente nel proprio territorio significa accettare distruzioni infinite, mentre l’aggressore conserva fabbriche, porti, basi, tranquillità.
La pace non nasce dall’impunità di chi bombarda, nasce dalla certezza che ogni aggressione produrrà conseguenze anche nella casa dell’aggressore. Teheran deve cambiare strategia, alzare lo sguardo, smettere di combattere soltanto nel cortile scelto da Washington. Senza questa svolta, l’Iran continuerà a resistere, ma gli Stati Uniti continueranno a comandare la distanza, il tempo, la paura.
© Fabio Fiorina
