La guerra con l’Iran “è finita”. Così, con la stessa solennità con cui si spegne la luce del bagno, Donald Trump comunica al mondo – e soprattutto al Capitol Hill – che il sipario è calato. Applausi registrati, orchestra muta, realtà opzionale. Trump, ormai più illusionista da luna park che comandante in capo, sembra aver scoperto una nuova dottrina geopolitica: se lo dici abbastanza forte, diventa vero.
La guerra con l’Iran “è finita”
Non importa se la War Powers Resolution prevede regole precise, non importa se il Congresso esiste proprio per evitare che un presidente giochi alla guerra come fosse una partita a Monopoli. No, per lui è tutto un fastidioso dettaglio burocratico, tipo le istruzioni quando monti un mobile IKEA.
E così eccolo, il grande stratega, che anziché chiedere autorizzazioni, le aggira con la grazia di un elefante in una cristalleria. Vende armi senza passare dal via, riscrive i limiti costituzionali come fossero tweet cancellabili, e poi, ciliegina sulla torta, dichiara: “Le ostilità sono terminate”. Fine. Titoli di coda.
Ma la realtà è diversa…
Peccato che la realtà, quella vera, non funzioni a comunicati stampa. Persino il suo fedelissimo Pete Hegseth prova a dare una parvenza di logica alla sceneggiata, parlando di “conto alla rovescia interrotto”. Sembra più una giustificazione da studente impreparato che una strategia militare: “Prof, non ho finito il compito perché tecnicamente il tempo si è fermato”. Nel frattempo, i precedenti di Bill Clinton e Barack Obama vengono tirati fuori come carte jolly, ma con una differenza sostanziale: lì c’era almeno un tentativo di costruire una narrazione coerente. Qui siamo al teatro dell’assurdo, dove il protagonista cambia le regole mentre recita, convinto che nessuno se ne accorga.
La guerra con l’Iran “è finita”
E l’Iran? Ridotto a comparsa in questo spettacolo autoreferenziale, utile solo come sfondo per l’ennesima dichiarazione roboante.
Trump non governa, improvvisa. Non guida, recita. Non decide, proclama. È il prestigiatore che annuncia il trucco prima ancora di farlo, sperando che il pubblico sia troppo distratto per notare che il cilindro è vuoto.
Signore e Signori il finale
Alla fine, più che un leader globale, resta l’immagine di un pagliaccio con la giacca presidenziale: rumoroso, eccessivo, convinto di dominare la scena mentre inciampa nelle sue stesse battute. E il problema non è che faccia ridere. È che, purtroppo, lo fa nel momento sbagliato e sul palco sbagliato.
