Il colore della distanza, la voce di un sacerdote africano nell’Italia che cambia. Padre Vincent Souly entra lentamente nella stanza, mentre il silenzio sembra vegliare sul respiro fragile di Carlo Martini, novant’anni vissuti. Accanto al letto, alcune bombole d’ossigeno custodiscono il tempo, trasformando ogni respiro in una piccola vittoria contro l’ultima notte. Il sacerdote si china, avvicina il volto, cerca negli occhi dell’anziano quella scintilla capace di attraversare malattia, stanchezza, paura. “Come sta?”, domanda con voce alta, forse troppo, come se volesse raggiungere un uomo già lontano dalle parole del mondo.
Il colore della distanza, la voce di un sacerdote africano nell’Italia che cambia
Renza Giagnoni osserva la scena, poi pronuncia una battuta apparentemente innocente, destinata però a lasciare una ferita sottile. “Sembra che siamo alle Nazioni Unite”, dice, indicando senza volerlo quella distanza che sopravvive persino dentro una stanza piena d’affetto. Padre Souly sorride, probabilmente comprende l’intenzione scherzosa, ma riconosce immediatamente il confine nascosto dietro quelle parole pronunciate senza cattiveria.
I muri…
Esistono muri costruiti con mattoni, cemento, filo spinato, altri nascono da una frase, uno sguardo, una definizione apparentemente gentile. Il sacerdote vive nella provincia di Prato da quindici anni, celebra messe, accompagna famiglie, benedice bambini, consola anziani, saluta morti. Ha imparato le strade, le campane, le stagioni toscane, quella luce che accarezza le colline prima di spegnersi dietro gli Appennini. I parrocchiani gli vogliono bene, lo cercano nei momenti difficili, riconoscono nella sua voce una presenza familiare, rassicurante, profondamente umana.
Il colore della distanza, la voce di un sacerdote africano nell’Italia che cambia
Nato in Burkina Faso, cresciuto in Costa d’Avorio, oggi possiede un passaporto italiano, documento incapace però di cambiare certi sguardi. La cittadinanza stabilisce un’appartenenza giuridica, mentre il pregiudizio continua a compilare passaporti invisibili, decidendo chi appartiene davvero alla comunità nazionale. Padre Souly racconta un proverbio della sua terra, duro come una pietra, limpido come l’acqua nella quale quella pietra riposa. “Un pezzo di legno, nonostante rimanga lungamente nell’acqua, non diventerà mai un coccodrillo, resterà sempre fedele alla propria natura originaria“. Dietro questa immagine vive una domanda dolorosa, quanto tempo occorre per essere considerati parte autentica del luogo scelto come casa?
L’anima dell’uomo non cambia senza cultura
Forse non bastano quindici anni, una tonaca, migliaia di preghiere, nascite celebrate, funerali accompagnati, mani strette durante giorni disperati. Rimane sempre una parola capace di ricondurlo altrove, “prete di colore”, definizione sbrigativa, etichetta che sostituisce storia, origine, identità. Padre Souly preferirebbe essere chiamato sacerdote africano, perché almeno quella parola contiene un continente, una geografia, una memoria, molteplici culture. Ancora meglio sarebbe ricordare la Costa d’Avorio, terra della sua formazione, del sacerdozio, delle prime preghiere pronunciate davanti alla comunità.
Il colore della distanza
Il colore rappresenta una scorciatoia, cancella le differenze, riduce l’essere umano a una superficie, impedisce alla curiosità di diventare conoscenza. Ogni uomo porta invece una mappa interiore, fatta di partenze, ritorni, ferite, lingue, volti perduti, speranze rimaste ostinatamente accese. L’Italia intanto scopre chiese sempre più vuote di vocazioni, mentre sacerdoti africani mantengono vive parrocchie, comunità, riti, legami sociali. Sono circa 1.130, rappresentano quasi il quattro per cento del clero nazionale, senza considerare gli incarichi ecclesiastici più giovani o subordinati.
Arrivano per costruire
Arrivano da terre lontane, raccolgono il testimone lasciato da italiani sempre meno disposti a trasformare la propria vita in una missione. Celebrano il nostro Dio, parlano la nostra lingua, accarezzano le nostre sofferenze, tuttavia qualcuno continua a considerarli ospiti temporanei. Padre Souly resta davanti al letto di Carlo, mentre due mondi sembrano incontrarsi nella debole luce di una camera toscana. Forse l’Italia futura comincia proprio lì, nel respiro di un anziano, nella mano africana che lo accompagna, nel silenzio condiviso. Nessun passaporto può imporre l’uguaglianza, ma ogni gesto può insegnarla, lentamente, finché il colore smette finalmente di essere una distanza.
© Fabio Fiorina
