La possibile rinuncia del governo italiano alla tradizionale festa del 4 luglio organizzata dall’ambasciata americana a Villa Taverna, dopo le parole con cui Donald Trump ha umiliato pubblicamente Giorgia Meloni, mi sembra una scelta sensata. Se questa intenzione verrà confermata, la riterrò un gesto doveroso. Non per ostilità verso il popolo americano, ma perché esiste un limite oltre il quale la diplomazia smette di essere dialogo e diventa sudditanza.

La possibile rinuncia

Il problema, però, non è Trump. Trump è soltanto il volto più esplicito di un sistema di potere che da decenni considera l’Europa un alleato subordinato e i suoi leader interlocutori da usare quando servono e da mortificare quando conviene. Il vero problema siamo noi. O meglio, sono le classi dirigenti europee. Troppi leader del continente, di destra e di sinistra, hanno costruito la propria credibilità politica sull’approvazione di Washington. Troppi hanno confuso l’alleanza con la dipendenza, la cooperazione con il servilismo.

Destra o sinistra stesso risultato?

E non mi si venga a dire che questo riguarda soltanto Giorgia Meloni. Avrei voluto vedere Elly Schlein nello stesso scenario. Sono convinto che il risultato sarebbe stato identico. Cambiano i linguaggi, cambiano le parole d’ordine, ma l’inchino davanti agli interessi americani resta una costante trasversale della politica europea. Gli yankee dovrebbero imparare a rispettare i propri alleati. Ma per ottenere rispetto bisogna smettere di comportarsi da ruffiani.

La possibile rinuncia del governo italiano alla tradizionale festa del 4 luglio è legittima

Disertare una festa è un segnale. Iniziare a costruire una vera autonomia politica, economica e diplomatica sarebbe una rivoluzione. Finché questo non accadrà, continueremo ad assistere allo stesso spettacolo: leader europei pronti a indignarsi davanti alle telecamere e a riallinearsi appena i riflettori si spegneranno.

© Fabio Fiorina

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