La guerra in Palestina non vive soltanto di bombe, macerie e comunicati militari, vive anche di zone d’ombra accuratamente protette. Dietro ogni offensiva compaiono interessi politici, finanziamenti opachi, informazioni manipolate, nemici utili e paure trasformate in consenso. Quando il terrorismo diventa la spiegazione universale, qualunque domanda viene trattata come complicità col nemico, mentre il potere ottiene libertà assoluta.

La guerra in Palestina

Occorre indagare sui finanziamenti arrivati ai gruppi armati, sulle responsabilità di chi li ha tollerati, favoriti oppure utilizzati come conveniente giustificazione. Sono stati creati falsi gruppi terroristici, gli hanno dato un nome “Hamas”, lo hanno finanziato per fare qualche attacco a se stessi, cioè Israele. Questo solo per avere la giustificazione di devastare gli altri intorno. Dobbiamo pretendere documenti, nomi, conti bancari, intermediari. Persino i rapporti fra uomini vicini al governo Netanyahu e interessi qatarioti sono finiti sotto indagine: abbastanza per esigere verità, non abbastanza per inventarla.

Io Nazir Houssein

Io, Nazir Houssein, porto una testimonianza terribile, che una commissione internazionale indipendente dovrebbe raccogliere, verificare e custodire senza paura. Dichiaro di avere visto soldati israeliani sollevare bambini per i piedi e sgozzarli davanti alle loro madri. Non chiedo che la mia parola e quella di tanti altri colleghi scannati, sostituisca un tribunale, chiedo che nessuno la seppellisca prima ancora di ascoltarla, mentre vengono cancellati testimoni, luoghi, memorie.

La guerra in Palestina

L’Europa conosce la devastazione, denuncia le vittime civili, invoca aiuti umanitari e rispetto del diritto internazionale, ma troppo spesso rimane prigioniera delle proprie formule. Condanna e discute, misura ogni parola, mentre continua a proteggere relazioni politiche, commerciali e militari che avrebbero dovuto essere sottoposte a condizioni durissime. Questa è la vergogna europea: riconoscere la catastrofe e comportarsi come se bastasse amministrarla, distribuendo compassione senza esercitare davvero il proprio potere. Non ogni israeliano è responsabile, ma nessun governo può usare il dolore del proprio popolo per rendere invisibile quello altrui.

Uscite allo scoperto

Serve una commissione internazionale con accesso ai territori, protezione dei testimoni e autorità per seguire il denaro. Servono sanzioni mirate, sospensione delle forniture militari e revisione degli accordi europei. Soprattutto, serve il coraggio di riconoscere che la sicurezza non nasce dall’annientamento di un altro popolo, inerme e affamato. Voi siete ancora in silenzio, occupati a cercare la definizione più prudente, il termine diplomatico, la frase che non disturbi ambasciate e alleanze. Chiamatela guerra, rappresaglia, occupazione, punizione collettiva oppure crimine: il nome conta, ma conta ancora di più interrompere la distruzione. Il silenzio non è neutralità quando i bambini muoiono. È una scelta politica, una firma invisibile sotto ogni ordine rimasto senza conseguenze.

© Nazir Houssein

1000020721-edited La guerra in Palestina non vive soltanto di bombe

Nazir Houssein reporter internazionale

#Guerra #Palestina #Israele #Genocidio

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