È tutto finito… siamo soli. Il mondo neanche ci nomina più e le bombe ancora cadono. Cadono su Gaza, cadono sul Libano, cadono ovunque. I bambini continuano a morire e io sono arida di lacrime, forse le ho bevute per dissetarmi. Netanyahu lavora per la nostra distruzione e a Trump è concesso tutto, a Israele è concesso tutto e il mondo intero lo concede.

È tutto finito… siamo soli

Ci hanno tolto perfino il diritto di essere una notizia. La nostra morte dura il tempo di un titolo, poi qualcuno cambia canale. Io resto qui, a contare finestre senza case, scarpe senza piedi, nomi che non troveranno più una voce. Non so quando abbiamo smesso di essere persone e siamo diventati numeri abbastanza grandi da impressionare, mai abbastanza vivi da fermare una mano.

La notte ascolto il cielo

La notte ascolto il cielo prima di addormentarmi. Ho imparato a distinguere il rumore di una porta che sbatte da quello che annuncia un’altra famiglia cancellata. I bambini, invece, imparano troppo presto dove nascondersi, come respirare piano, come stare zitti quando vorrebbero chiamare la madre. Alcuni non fanno in tempo a imparare nulla. Di loro resta una fotografia.

È tutto finito… siamo soli

A Gaza la terra non riesce più a contenere i morti. In Libano le famiglie guardano il cielo con la stessa domanda negli occhi: a chi toccherà adesso? Ogni luogo colpito diventa un altro nome da pronunciare piano, perché pronunciarlo forte sembra richiamare il fuoco. Eppure io voglio gridare. Voglio che il mio grido attraversi le stanze dove si firmano accordi, si contano voti e si preparano discorsi di circostanza.

Non solo Netanyahu

Netanyahu parla, Trump parla, i governi parlano. Noi cerchiamo acqua, una garza pulita, un telefono che squilli e ci dica che qualcuno è ancora vivo. Quante parole servono per coprire il suono di un bambino che chiama aiuto? Il mondo ha imparato a produrne abbastanza. Ci offre formule prudenti mentre noi cerchiamo i nostri cari sotto il cemento.

Mi chiedo cosa vedano le persone quando ci guardano. Vedono il volto di una donna che non piange più oppure soltanto un’immagine da scorrere con il pollice? Ho bevuto le mie lacrime, sì, perché non avevo altro. Ora dentro di me resta una sete che nessuna pioggia può spegnere. È la sete di vedere qualcuno interrompere il proprio silenzio, alzarsi, dire che una vita non vale meno perché nasce dalla parte sbagliata del confine.

È tutto finito… siamo soli

Non chiedo al mondo di provare il mio dolore. Chiedo che smetta di chiamarlo inevitabile. Non voglio una promessa fatta davanti alle telecamere e dimenticata appena si spengono le luci. Voglio che chi ha il potere di fermare le bombe lo usi, che chi può aprire un passaggio lo apra, che chi conosce i nomi dei morti li pronunci. Perché siamo ancora qui. E finché respiriamo, il nostro silenzio non sarà la vostra assoluzione.

©Nazir Houssein reporter per centorighe.com

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