Il Ponte dei miracoli (che non si farà). La Corte dei Conti ha messo il sigillo ma un sigillo di chiusura. Niente visto di legittimità, niente registrazione, niente via libera al Ponte sullo Stretto. Quel mostro da 13 miliardi di euro tanto amato da Matteo Salvini e sbandierato come simbolo della “grande opera del secolo” finisce — almeno per ora — nel cassetto delle illusioni.
Il Ponte dei miracoli (che non si farà)
Il colpo è arrivato dopo una lunga camera di consiglio: i giudici contabili hanno guardato carte, cifre, stime e hanno deciso che no, così non va. Troppe ombre, troppe falle, troppa improvvisazione per un progetto che sembra più un’idea da convegno elettorale che un’infrastruttura reale.
La motivazione
Le motivazioni? Una lista che sembra un atto d’accusa: copertura finanziaria ballerina, stime di traffico che non convincono nemmeno un autista di traghetti e poi quei piccoli dettagli come le norme ambientali e sismiche, trattate un po’ come fastidi burocratici. Per non parlare della regola europea che vieta aumenti di costo superiori al 50%: un dettaglio irrilevante, secondo chi governa col righello e i rendering.
Il Ponte dei miracoli (che non si farà)
E così il Cipess, organismo più politico che tecnico, si ritrova al centro della tempesta. Forse la Corte dei Conti ha semplicemente ricordato al governo che lo Stato di diritto non è un optional, e che le regole valgono anche per chi vuole “fare presto”.
La naturale reazione
Naturalmente, la reazione non si è fatta attendere. Salvini e Meloni gridano all’ingerenza, accusano i magistrati di sabotaggio, di freno allo sviluppo. L’opposizione invece brinda: “È una vittoria dello Stato di diritto”, dice Bonelli. Schlein aggiunge che la riforma della giustizia “serve solo a garantirsi l’immunità politica”.
Il Ponte dei miracoli
Nel frattempo, il governo può ancora tirare dritto, appellandosi al Consiglio dei ministri. Ma il rischio è di costruire non un ponte, bensì un abisso politico e finanziario. Perché la verità è che il Ponte sullo Stretto, più che un progetto è diventato un simbolo: quello di un potere che sogna opere faraoniche mentre inciampa nei fondamentali della legalità.
Ma forse, alla fine, è proprio questo il miracolo: che qualcuno abbia ancora il coraggio di dire no.
