Il cardinale Robert Prevost si affaccia al balcone come se stesse recitando in una tragedia d’altri tempi, avvolto nella mozzetta rossa, reliquia di un impero defunto.
Il cardinale Robert Prevost
Il nuovo Papa, un cocktail internazionale di origini americane, peruviane, italiane, francesi e spagnole, decide che d’ora in poi dovremo chiamarlo Leone XIV. Perché? Perché ogni tanto bisogna sentirsi eroi di se stessi. Un omaggio a Leone XIII, il papa “modernista” che, tra un gesto e l’altro, si accorse che il mondo gli stava sfuggendo di mano e che la Chiesa, se non interveniva sulla questione operaia, avrebbe fatto la figura del pachiderma fossilizzato.
Il muto
Ma oggi non si parla di operai né di fabbriche polverose: il campo di battaglia è l’Intelligenza Artificiale, il nuovo “dragone epocale” che il pontefice intende domare con la grazia e la saggezza che solo un papa-Leone sa avere. Applausi a scena aperta, ovviamente per se stesso. Gli americani annuiscono soddisfatti: hanno un papa meticcio, abbastanza bianco da non far storcere il naso, e perfettamente pronto a sventolare il bianco come bandiera di inclusività.
Il cardinale Robert Prevost
I cardinali si accodano, consci che qui non ci sarà alcun secondo Francesco: quello era un caso unico, una rarità destinata a non ripetersi fino alla fine dei tempi. E la ciliegina sulla torta: per vedere un nuovo Francesco, si dovrà attendere la fine del mondo – che, a giudicare dai presagi celesti, dagli scuri di luna e dalle eclissi, sembra sempre più vicina.
Nel frattempo…
Nel frattempo, la Chiesa continua a vestirsi di bianco con tocchi di rosso scenografico, proclama la propria “modernità” e finge di tenere il passo con i tempi, mentre noi, spettatori increduli e divertiti, ci chiediamo se tutto questo non sia semplicemente teatro, illusionismo da balcone, una versione sacra del gioco delle maschere, dove il nuovo Leone ruggisce… soprattutto verso se stesso.
