Nel 2013, in uno studio televisivo illuminato da luci troppo fredde per contenere il calore del dolore umano, un giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Bologna — Francesco Morcavallo — si alzò come un monaco dissidente davanti al suo stesso altare istituzionale.

Francesco Morcavallo si alzò come un monaco dissidente

Con voce ferma, come chi ha guardato troppo a lungo negli occhi del Male travestito da burocrazia, disse: «Ho lasciato la toga perché non ce la facevo più a strappare bambini alle loro madri e ai loro padri per mandarli in case famiglia che incassano 200-300 euro al giorno a bambino. È il più osceno business che esista in Italia». Non era un visionario in preda a furori mistici. Non era un genitore urlante con il lutto ancora fresco sul cuore.
Era un giudice!

Un grande uomo

Era uno che apriva fascicoli come fossero reliquie corrotte, intrise di lacrime invisibili.
Uno che firmava decreti che odoravano di incenso spento e sangue trattenuto, basati su relazioni gonfiate, costruite, talvolta partorite dall’ombra. Allora lui, Morcavallo, fece il gesto più ascetico e ribelle possibile: lasciò tutto.
La carriera lucida e dorata come un calice.
La sicurezza economica che consola come un idolo pagano. Il prestigio, quella droga sottile che trasforma gli uomini in statue.

Francesco Morcavallo si alzò come un monaco dissidente

Abbandonò perché non voleva più essere sacerdote di un culto infame: quello che trasforma il pianto dei bambini in fatturato, il dolore in contabilità sacrificale. Poi venne Bibbiano, e il Paese scoprì l’abisso. Tutti, con la vigliaccheria tipica dei postumi, sussurrarono: «Morcavallo l’aveva detto».

Oggi, 2025, guardiamo tre bambini ritrovati in un bosco come piccole divinità smarrite, strappati alla loro famiglia da un sistema che si autoassolve. Guardiamo il giudice che firmò quell’allontanamento, paladino di conferenze LGBTQ+ e corsi gender per assistenti sociali — come se la teoria potesse purificare la colpa. Guardiamo le cooperative che contano, incassano, moltiplicano. Guardiamo i silenzi che diventano riti.

Un mantra

E riecheggiano come un mantra le parole dell’uomo che si spogliò della toga per restare umano: «Quando un bambino viene strappato alla sua famiglia senza prove, senza reato, senza pericolo reale… quello non è un affido.
È un sequestro di persona legalizzato».

Grazie, dottor Morcavallo. Per aver scelto il martirio della verità invece dell’idolo della carriera. Per averci ricordato che a volte l’unica via per restare integri è fuggire dal tempio bruciato. Un giorno quei bambini — oggi sospesi in comunità come anime tra due mondi — vi chiameranno eroe. Noi lo facciamo già.

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