Arriva come un doppio sacramento la nuova stagione dei condoni edilizi: si spalancano di nuovo le porte del 1985 per le piccole colpe murarie, e si riaccendono i fuochi del 2003 per gli abusi più pesanti, come se il tempo stesso si piegasse, indulgente, a benedire ciò che era rimasto sospeso tra il lecito e l’occulto.
La nuova stagione dei condoni edilizi
Cadono i vincoli nati dopo, si sciolgono come reliquie in un braciere, mentre si promettono incentivi per la rigenerazione urbana, quasi fossero indulgenze moderne per la resurrezione delle città. La casa — questo tempio quotidiano dell’anima italiana — torna al centro del rito politico, prepotente e ingombrante come un dio domestico che pretende sacrifici e norme riscritte.
La manovra
La manovra che avanza non è un gesto isolato, non è una foglia d’edera attaccata a un muro: è un organismo intero, un disegno che nasce dalle ferite aperte di territori come la Campania e poi dilaga, si espande, abbraccia la penisola come un vento antico che non chiede permesso.
La nuova stagione dei condoni edilizi
Gli emendamenti offerti dalla maggioranza tracciano la forma di un nuovo condono doppio, un labirinto normativo che opera su due sentieri gemelli: da una parte il richiamo al 1985, alla sua permissività quasi mistica, alla sua promessa di assoluzione universale; dall’altra la reinterpretazione severa, purissima, della sanatoria del 2003, che fino a ieri sembrava una fortezza invalicabile.
Santi e demoni
Ora le due anime si intrecciano, come santi e demoni convocati allo stesso altare legislativo. L’obiettivo dichiarato — ma che vibra sotto la pelle delle parole — è duplice: sistemare le difformità, antiche e recenti, e spegnere finalmente l’eco interminabile delle pratiche sepolte negli uffici tecnici, quei sotterranei della burocrazia dove per decenni documenti e destini hanno dormito come anime in attesa di giudizio.
