Un concerto per i poveri per fortuna c’è Bublé. E intanto la Sala Pio VI scintilla come un piccolo tempio profano, tra inviti selezionati con la pinzetta d’oro e lustrini che riflettono un lusso quasi blasfemo, in quella Roma che di poveri ne custodisce le ossa sotto ogni sampietrino.
Concerto per i poveri in Vaticano
Io guardo, resto ai margini del rito, e del Papa m’interessa poco: conosco le sue omelie che odorano di incenso stanco, le sue misericordie a targhe alterne, i suoi crimini di silenzi—quell’abominio spirituale che veste di bianco e chiama “pace” il compromesso.
Poi cambia tutto
Poi, come un angelo laico caduto dal cielo del Nord, sale sul palco Michael Bublé. E qualcosa si spezza. Serena Autieri lo precede con una metamorfosi folkloristica, trasformando una hit di Natale in un presepe canoro partenopeo: un gioco, un vezzo, un sorriso ricamato. Ma quando Bublé entra, l’aria cambia densità. Il crooner italo-canadese non canta: evoca. Fa vibrare l’anima con un soffio che sembra venire dalle viscere dello spirito, come se nei suoi vocalizzi si aprisse un portale verso un altrove più vero del marmo che ci circonda.
Concerto per i poveri in Vaticano… per fortuna che Michael
La sua voce, velluto incendiato, è un ponte tra l’Elvis più struggente di “Unchained Melody” e Tony Bennett nei giorni di grazia. Ogni nota è un battesimo ribelle, un atto di fede nell’emozione pura. Io, che ero entrato freddo come una reliquia dimenticata, mi ritrovo attraversato da brividi antichi, lacrime che non chiedevo e che invece scendono come piccole assoluzioni.
La sala si infiamma
In quel momento la Sala Pio VI scompare: non più palco, notizie, potere, retoriche impolverate. Solo una voce che scardina il destino per qualche minuto, accendendo nel petto una fiamma che non sa mentire. E allora capisco che, a volte, anche nel teatro più ipocrita del mondo può germogliare una verità: quella di un uomo che canta e, cantando, salva qualcosa dentro di noi.
