Carlo Maria Martini, la Parola che il tempo non ha sepolto. Quattordici anni non sono bastati a seppellire Carlo Maria Martini. Il tempo ha scavato intorno alla sua memoria, ma non è riuscito a inghiottirne la voce. Più gli anni si sono allontanati dalla sua morte, più il suo pensiero è tornato a bussare alle porte stanche di una Chiesa spesso impaurita dal presente… una Chiesa che predica l’ascolto e troppe volte ascolta soltanto l’eco rassicurante di se stessa.
Carlo Maria Martini, la Parola che il tempo non ha sepolto
Ricordare Martini non significa costruirgli una statua dentro il recinto della nostalgia. Significa domandarsi perché la sua assenza pesi ancora così tanto. Forse perché mancano uomini capaci di pronunciare la Parola senza trasformarla in randello, dogma senz’anima, confine sorvegliato dalla paura. Martini prendeva la Scrittura e la interrogava fino alla sillaba, fino al respiro più antico dell’inchiostro… poi lasciava che quella stessa Parola uscisse dalle biblioteche per camminare tra credenti, dubbiosi, atei, feriti e uomini senza più un Dio da bestemmiare.
Il Professore
Gianfranco Ravasi lo conobbe come professore al Pontificio Istituto Biblico. Tra il 1966 e il 1969 lo ascoltò insegnare Critica Testuale in un latino limpido, cesellato, quasi scolpito nel silenzio. Martini studiava le varianti del Nuovo Testamento, confrontava codici, inseguiva le parole attraverso i secoli. Non cercava una comoda conferma della fede, ma la verità nascosta nelle ferite del testo. Era rigoroso come chi sa che una sola parola può cambiare il volto di Dio agli occhi dell’uomo. Divenne rettore del Biblico, poi della Gregoriana, partecipò alla preparazione del Greek New Testament. Tuttavia, la sua grandezza non rimase imprigionata nell’ingegneria esegetica. Lo studioso diventò pastore senza smettere di essere studioso.
Carlo Maria Martini, la Parola che il tempo non ha sepolto
La sillaba divenne vita, il testo si fece carne, la Scrittura smise di essere reliquia e tornò a sanguinare nelle strade. Poi venne la “Cattedra dei non credenti”. Un gesto che oggi apparirebbe quasi sovversivo: far salire in cattedra chi non crede e chiedere al credente di tacere, almeno per il tempo necessario ad ascoltare. Martini aveva compreso che la fede incapace di ascoltare il dubbio diventa soltanto superbia travestita da verità. Il non credente non era un nemico da convertire, ma un’anima da interrogare e dalla quale lasciarsi interrogare.
Il Cortile dei Gentili
Ravasi avrebbe poi costruito il “Cortile dei Gentili”, luogo di confronto tra identità diverse. Ma oggi dove sono il vero credente e il vero ateo? Naufragano entrambi nella nebbia dell’indifferenza, mentre il dialogo viene macellato sui tribunali dei social e ogni pensiero diverso diventa colpa, sospetto, tradimento. Martini apparteneva a un altro tempo, ma possedeva occhi capaci di guardare oltre il proprio tempo. Migrazioni, fondamentalismi, tecnologie, intelligenza artificiale: avrebbe attraversato queste frontiere senza nascondersi dietro le mura della dottrina. Sarebbe andato dove la Chiesa spesso teme di andare, nella cattiva compagnia degli ultimi, dei peccatori, delle prostitute, dei pubblicani, degli uomini senza appartenenza.
La sua eredità possiede tre nomi: Parola, dialogo, frontiera. Non cenere da custodire, ma fuoco da liberare. Martini fu la freccia di Kafka: volava e, nel suo volare, riposava. Radicato nella propria fede, eppure lanciato verso l’altro… verso il futuro… verso quel Dio che non teme le domande perché conosce l’abisso dal quale nascono.
© Fabio Fiorina
