SOLO E VUOTO! Dimenticatevi l’Alexander Zverev che rispondeva con sicurezza e finanche un po’ di presunzione alle domande della stampa. Dopo aver perso all’esordio a Wimbledon da Arthur Rinderknech (29 anni, 72 Atp), il tedesco si è messo a nudo, mostrando il suo lato più umano, più vulnerabile.

Si sente solo e vuoto

“Mi sento molto solo nella vita, in questo momento, e non è una sensazione piacevole. Non mi ero mai trovato in questa condizione, ho perso la gioia di fare qualsiasi cosa: sono vuoto, sto considerando anche un periodo di terapia, sperando che mi aiuti. Perché nemmeno quando vinco, adesso, avverto quella sensazione di star bene. Devo prima ritrovare me stesso, poi mi occuperò del mio tennis”. Confessioni quasi surreali se pensiamo al protagonista della vicenda, che della propria corazza contro tutto e tutti aveva sempre fatto un vanto.

Un percorso di ricostruzione

Invece Zverev, che fuori dal campo ha dovuto attraversare momenti complessi negli ultimi anni, ora vuole mostrarsi debole. Vuole dire al mondo – ripetendo più volte quella parola, ‘solo’ – che non è (più) questione di sport, ma di vita. È questione di mettere ordine e ristabilire delle priorità.

Un meccanismo psicologico inceppato


 A rompere definitivamente il meccanismo è stata la finale dello scorso gennaio in Australia, quella in cui Jannik Sinner non gli ha lasciato scampo. Zverev ha 28 anni, è stato numero 2 del mondo ma non ha mai vinto uno Slam. Ha raggiunto tre finali – ovunque, tranne che a Wimbledon – ma gli è sempre mancato l’ultimo passo, quello che invece ha saputo fare altrove: a Roma, per esempio, dove vinse per la prima volta nel 2017, o alle Finals. Zverev ha attraversato due generazioni di stelle: ha battuto 5 volte Roger Federer, 4 volte Rafael Nadal, 5 volte Novak Djokovic. Ma ha anche superato 6 volte Carlos Alcaraz e 4 volte Jannik Sinner.

Zverev un ragazzo solo

Eppure. Abbiamo pensato che gli mancasse qualcosa sotto il profilo tecnico, magari un po’ di varietà. Mentre il sogno Slam si allontana sempre di più, emerge invece un’altra carenza: c’è un campione, l’ennesimo di una lunga serie, che ammette di aver bisogno di supporto psicologico, in un tennis che non perdona nulla.

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Fonte We Are Tennis

Di Cento Righe

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