Zuppi contro i giornalisti venduti. Ci sono giornalisti che hanno trasformato la penna in un lasciapassare, il microfono in un guinzaglio, la propria coscienza in merce da salotto. Non cercano quello che accade, cercano quello che conviene raccontare, purché il padrone sorrida, il ministro approvi, la carriera continui senza fastidiosi intoppi. Davanti alle macerie di Gaza, questa prostituzione morale diventa ancora più oscena: il dolore viene corretto, la fame ridimensionata, le vittime rese sospette.
Zuppi contro i giornalisti venduti
Chi nasconde la sofferenza dietro formule rassicuranti non esercita prudenza, esercita servilismo: pulisce la faccia del potere mentre lascia sporca quella della verità. Il cardinale Matteo Zuppi ha squarciato questa indecenza con parole che meritano ascolto, rispetto e memoria: «Dicono che a Gaza si sta benissimo. Vuol dire che non sono giornalisti, sono venduti», una denuncia che considero necessaria contro chi trasforma il mestiere dell’informazione in servizio al potere.
Rispetto per il vero pastore
Per questo Zuppi merita rispetto: ha scelto la schiena dritta, ha chiamato l’indecenza col suo nome, ha restituito dignità alla parola responsabilità cristiana. Lo considero un vero pastore di anime, perché riconosce il ferito prima dell’alleato, ascolta l’oppresso prima del protocollo, difende l’uomo prima della convenienza. Un uomo di verità non addolcisce le atrocità per rendere digeribile un comunicato, ma cerca parole capaci di disturbare chi pretende soltanto obbedienza.
Zuppi contro i giornalisti venduti
La sua voce ricorda che il Vangelo domanda vicinanza agli ultimi, coraggio davanti all’ingiustizia, compassione concreta, una coscienza libera dalle carezze dei potenti. Questa è la grandezza di un pastore: sentire il grido che attraversa le macerie, portarlo davanti ai potenti, rifiutare che venga soffocato dall’indifferenza.
Un giornalismo asservito
Il giornalista asservito, invece, misura ogni tragedia con il centimetro dell’utilità politica: decide quali bambini meritino lacrime, quali famiglie possano essere soltanto statistiche. La corruzione morale comincia quando una domanda viene inghiottita per conservare un invito, quando un dubbio scompare per assicurarsi una poltrona, un sorriso. La ricompensa può essere una carriera, un’esclusiva, l’accesso privilegiato a un ufficio: qualsiasi favore diventa catena quando impone silenzi, omissioni, inchini e convenienze.
Ciò che impoverisce la democrazia
Zuppi ha indicato una ferita che riguarda tutti noi: un’informazione senza coscienza impoverisce la democrazia, rende innocente il comando, lascia soli gli indifesi. A quei professionisti dell’inchino va chiesto conto delle omissioni, dei titoli addomesticati, delle domande cancellate, delle verità sepolte sotto il tappeto della rispettabilità. La credibilità si conquista guardando negli occhi chi soffre; chi preferisce inginocchiarsi davanti al potere merita il disprezzo riservato a ogni coscienza venduta.
© Fabio Fiorina – centorighe.com
