Viva Cuba ci verrebbe da gridare. Le parole di Donald Trump contro Cuba rivelano, per l’ennesima volta, il fallimento strutturale della sua politica estera, fondata più sulla propaganda e sull’aggressività ideologica che su una reale capacità di lettura dei processi storici, sociali ed economici. L’ossessione trumpiana per l’isolamento dell’isola caraibica non nasce da un’analisi razionale, ma da una visione manichea del mondo, divisa rigidamente tra “amici” e “nemici”, nella quale Cuba continua a rappresentare un simbolo da demonizzare per ragioni elettorali e di consenso interno, soprattutto verso una parte dell’elettorato statunitense legato all’esilio cubano in Florida.
Viva Cuba ci verrebbe da gridare
Da oltre sessant’anni, l’embargo imposto dagli Stati Uniti costituisce una delle più lunghe e dure misure di pressione economica della storia contemporanea. Un blocco che ha limitato pesantemente lo sviluppo dell’economia cubana, ostacolando l’accesso a mercati, tecnologie, farmaci, investimenti e finanziamenti. Eppure, nonostante queste condizioni estremamente punitive, Cuba ha costruito un sistema sanitario pubblico universalistico tra i più avanzati del mondo in rapporto alle risorse disponibili, con indicatori di salute – aspettativa di vita, mortalità infantile, copertura vaccinale – paragonabili, e in alcuni casi superiori, a quelli di paesi molto più ricchi.
La retorica trumpiana
La retorica aggressiva di Trump ignora volutamente questi risultati, preferendo una narrazione caricaturale che dipinge Cuba come un fallimento assoluto. Ma è proprio questa semplificazione ideologica a rivelare la debolezza del suo impianto politico. Invece di favorire il dialogo, la cooperazione e l’apertura graduale, Trump ha scelto la via della chiusura, del ricatto economico e della demonizzazione, dimostrando come la sua politica estera sia incapace di produrre soluzioni durature e costruttive.
Viva Cuba
Cuba, al contrario, ha mostrato una straordinaria resilienza. Ha investito nella formazione, nella ricerca medica, nella cooperazione internazionale, inviando medici e personale sanitario in decine di paesi colpiti da crisi umanitarie, epidemie e catastrofi naturali. Questo spirito solidale, spesso ignorato dai grandi media occidentali, rappresenta uno dei tratti più nobili dell’esperienza cubana. Sostenere Cuba oggi significa difendere il diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla sovranità, contro ogni tentativo di ingerenza e dominio.
Significa affermare che il dialogo è sempre preferibile al conflitto, che la cooperazione vale più della punizione, e che la dignità di una nazione non può essere piegata da sanzioni e minacce. Le parole di Trump, dunque, non colpiscono Cuba: smascherano, piuttosto, la fragilità di una visione politica incapace di guardare oltre il proprio tornaconto immediato.
