C’è qualcosa di straordinariamente infantile, quasi tragicomico, nell’idea che un Presidente del Consiglio possa infastidirsi perché il proprio nome non viene pronunciato dentro un monologo celebrativo al Quirinale. Come se la storia della Repubblica italiana dovesse trasformarsi obbligatoriamente in una seduta terapeutica dedicata all’autostima della premier di turno.
Straordinariamente infantile
Giorgia Meloni governa un Paese in crisi energetica, sociale, salariale, con un’Europa che scricchiola, guerre ovunque, tensioni internazionali, precarietà crescente, ospedali al collasso, giovani in fuga, e riesce comunque a trovare il tempo per irritarsi perché Paola Cortellesi non l’ha inserita nella sua lista simbolica delle donne della Repubblica.
È quasi poetico nella sua fragilità
La destra italiana che per anni ha predicato forza, carattere, patriottismo, identità, virilità politica, ordine, disciplina, si scioglie emotivamente davanti a una mancata citazione televisiva come un influencer dimenticato durante la consegna di un premio social.
Straordinariamente infantile
E la cosa ancora più grottesca è che nessuno abbia avuto il coraggio di dire l’ovvio: essere la prima donna Presidente del Consiglio non significa automaticamente diventare un’icona storica intoccabile. La storia non funziona come una raccolta punti del supermercato istituzionale. Non basta occupare una posizione per pretendere immediatamente il riconoscimento morale collettivo.
Il cuore del monologo
Anche perché il punto centrale del monologo della Cortellesi era un altro. Parlava di donne che hanno combattuto contro sistemi che le volevano invisibili, marginali, subordinate. Donne che spesso non avevano potere, né protezione, né apparati mediatici. E dentro questo racconto Meloni forse si è sentita esclusa perché oggi rappresenta esattamente il potere che quel monologo criticava.
Ed eccolo allora il vero cortocircuito
Una leader politica che ama raccontarsi come donna del popolo, perseguitata dalle élite, ribelle contro il sistema, che però si offende perché il sistema simbolico della Repubblica non le ha consegnato il suo momento di consacrazione ufficiale davanti alle telecamere. È il narcisismo della politica contemporanea ridotto a teatro istituzionale.
Straordinariamente infantile… cara Meloni
Un tempo i leader volevano lasciare un segno nella storia. Oggi sembrano voler controllare direttamente la sceneggiatura. Così mentre il Quirinale celebra ottant’anni di Repubblica, il dibattito nazionale finisce attorno a una suscettibilità personale, a un ego ferito, a un nome non pronunciato.
La politica italiana riesce sempre nell’impresa più incredibile: trasformare persino una festa istituzionale in una puntata emotiva di reality show.
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