Scott Joplin rappresenta la decadenza degli anni ’20/’30 negli States. La grande depressione lasciava le speranze agli angoli delle strade. Quel tipo di musica, né Jazz né Blues dipingeva perfettamente le tonalità del silenzio maestosamente vivo nei volti e nei cuori dell’americano medio pensate dei poveri ancora più poveri.

Scott Joplin e la decadenza degli anni ’20/’30 negli States

Scott Joplin avrebbe potuto suonare i suoi brani con qualsiasi ritmo e il risultato sarebbe stato ugualmente magnifico. Perché non era il ritmo a rendere immortale quella musica, ma il passo umano nascosto tra una nota e l’altra. Un passo elegante, quasi testardo, capace di attraversare le baracche, i vicoli, le fabbriche chiuse e le file interminabili davanti a un tozzo di pane.

Il pianoforte di Joplin non consolava davvero, perché certe ferite non vogliono essere consolate. Chiedono soltanto qualcuno disposto a restare, ad ascoltare il loro rumore, a trasformarlo in una dignità che nessun crollo finanziario avrebbe potuto sequestrare.

Tra un saltello e l’altro

Ogni sincope sembrava anticipare la caduta di un uomo e, subito dopo, il suo disperato tentativo di rialzarsi. C’era qualcosa di profondamente americano in quella ostinazione, ma non nell’America delle bandiere, dei banchieri, dei grattacieli accesi. Era l’America dei cappotti consumati, delle scarpe bucate, delle madri che dividevano una patata tra quattro figli fingendo di non avere fame. L’America degli uomini seduti sui marciapiedi, con il cappello tra le mani e la vergogna cucita dentro le tasche vuote.

Scott Joplin e la decadenza degli anni ’20/’30 negli States

Il ragtime aveva l’apparenza del sorriso e la sostanza di un lutto. Faceva muovere le dita mentre il cuore rimaneva immobile, impietrito davanti al domani. Forse proprio qui abitava la sua grandezza, sapeva essere luminoso senza mentire, allegro senza diventare stupido, malinconico senza inginocchiarsi alla disperazione. Joplin componeva una resistenza priva di proclami. Non servivano parole, perché le parole appartenevano già ai politici, agli speculatori, ai predicatori della ricchezza imminente.

Biano e nero

Bastavano quei tasti bianchi e neri, uguali alle contraddizioni di un Paese capace di promettere tutto e sottrarre perfino il necessario. La sua musica restava sospesa sopra la miseria come una lampada ostinata. Non illuminava l’uscita, forse nemmeno esisteva un’uscita, illuminava però i volti. Questo era sufficiente per ricordare ai dimenticati che esistevano ancora, che la povertà poteva affamarli, umiliarli, consumarli, ma non cancellare completamente il loro ritmo più profondo.

© Fabio Fiorina

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