Ratisbona non era il problema: il problema era la violenza che nessuno voleva nominare. La Chiesa possiede una memoria lenta, quasi geologica, capace di seppellire una verità quando brucia e dissotterrarla quando non fa più paura. Vent’anni dopo, il Vaticano recupera il pensiero di Benedetto XVI, ma evita ancora di ammettere apertamente quanto quella domanda fosse necessaria.

Ratisbona non era il problema

Accade oggi con Ratisbona, trasformata per vent’anni in una ferita diplomatica, una presunta imprudenza, quasi un incidente provocato dall’intellettualismo di Benedetto XVI. Adesso quella riflessione ritorna, ripulita dalle polemiche, inserita dentro un documento ufficiale, approvato da Leone XIV e firmato da tre dicasteri vaticani.

La Nota

Un cammino di speranza, pubblicata per il sessantesimo anniversario di Nostra aetate, recupera infatti il nucleo essenziale del discorso pronunciato nel 2006. Al paragrafo 24 si afferma che il fondamentalismo falsifica le religioni e si ricorda il principio ratzingeriano secondo cui la violenza contraddice Dio.

Ratisbona…

Non si tratta di una citazione marginale, nascosta dentro un’omelia dimenticabile, ma di una scelta inserita in un documento ufficiale di sessanta paragrafi. La Nota è stata elaborata dai dicasteri per la Dottrina della fede, per l’Unità dei cristiani e per il Dialogo interreligioso, quindi approvata dal Papa.

“Documento ufficiale della Santa Sede”

(https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20260916_nota-cammino-speranza_it.html)

Ratisbona fu ridotta a una frase. Il 12 settembre 2006 Benedetto XVI non stava pronunciando un comizio contro l’islam, stava affrontando il rapporto tra fede, ragione, filosofia e violenza. Per costruire il ragionamento citò l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, autore di parole durissime contro Maometto e la diffusione armata della religione. Quelle parole furono estratte dalla lezione, trasformate nel suo intero significato, lanciate nel mondo come la presunta dichiarazione di guerra di un Pontefice. La reazione fu immediata, proteste, richieste di scuse, condanne, tensioni diplomatiche, aggressioni contro luoghi cristiani e un Vaticano improvvisamente terrorizzato dalle conseguenze.

Ratisbona non era il problema…

Ratzinger aveva certamente commesso un errore comunicativo, perché un Papa non rimane professore universitario quando parla davanti alle telecamere dell’intero pianeta. La citazione scelta era brutale, facilmente separabile dal ragionamento e destinata a diventare più potente delle spiegazioni che avrebbero dovuto contenerla. Ma un errore comunicativo non cancella necessariamente la sostanza di una domanda, soprattutto quando quella domanda attraversa religioni, civiltà, guerre e poteri politici.

Può una religione giustificare la violenza senza tradire se stessa?

Può Dio essere utilizzato per costringere, terrorizzare, conquistare oppure annientare un essere umano? Il cuore di Ratisbona era questo, non la superiorità del cristianesimo sull’islam, ma l’impossibilità di separare la fede dalla responsabilità della ragione. Benedetto XVI sosteneva che una fede imposta con la spada non conquista l’anima, conquista soltanto il corpo, il silenzio, la paura della vittima. Nel testo originale si legge che “la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima”.

“Discorso di Ratisbona”

(https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html)

Vent’anni per dire che Ratzinger aveva posto la domanda giusta. Il documento approvato da Leone XIV non riporta l’offesa pronunciata dall’imperatore bizantino, ma recupera consapevolmente la conclusione teologica e razionale di Benedetto XVI. È una riabilitazione prudente, quasi sussurrata, perché il Vaticano sa recuperare i propri pensatori senza riconoscere apertamente di averli lasciati soli. Ratzinger viene così restituito alla sua reale intenzione, non quella di processare l’islam, ma di processare qualsiasi religione trasformata in arma politica.

Riconoscersi parte dell’errore

Il fondamentalismo islamico è una falsificazione dell’islam, come il colonialismo cristiano, l’antisemitismo religioso e il nazionalismo biblico rappresentano falsificazioni della fede. Nessuna religione può dichiararsi innocente per diritto divino, quando i suoi simboli vengono utilizzati per santificare eserciti, occupazioni, persecuzioni oppure vendette collettive. Il Dio trasformato in generale, confine, missile, partito o licenza per uccidere non viene difeso, viene sequestrato dagli uomini e utilizzato contro altri uomini.

Il dialogo non può essere una resa

Nostra aetate fu promulgata nel 1965, dopo l’orrore della Shoah, per ricostruire innanzitutto il rapporto tra cristiani ed ebrei, successivamente con le altre religioni. La dichiarazione rifiutò la logica del disprezzo e aprì la strada alla conoscenza reciproca, riconoscendo quanto di vero e spiritualmente prezioso esiste nelle altre tradizioni.

“Testo di Nostra aetate” (https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decl_19651028_nostra-aetate_it.html)

Tuttavia dialogare non significa rinunciare alla verità, cancellare le differenze oppure sorridere diplomaticamente mentre altrove vengono negate libertà, dignità e diritti fondamentali. La reciprocità deve essere concreta, i musulmani devono poter vivere liberamente la propria fede in Occidente, i cristiani devono ricevere uguale libertà nei paesi islamici. Difendere gli ebrei dall’antisemitismo è un dovere morale assoluto, ma non può significare trasformare ogni critica al governo israeliano in odio contro l’ebraismo.

Allo stesso modo, rispettare l’islam non può obbligare il mondo a tacere davanti alle persecuzioni, al fanatismo o alla subordinazione imposta in nome della religione. Il dialogo autentico non concede immunità, chiede responsabilità, non distribuisce assoluzioni preventive, costringe ciascuno a guardare le proprie ombre senza indicare soltanto quelle altrui.

Ratisbona: il cuore del dialogo

La crisi di Ratisbona produsse anche una conseguenza positiva, perché nel 2007 ben 138 personalità musulmane promossero l’iniziativa A Common Word. Quella lettera cercò un terreno comune tra cristiani e musulmani nell’amore verso Dio e verso il prossimo, trasformando lo scontro in confronto organizzato.

“A Common Word” (https://www.acommonword.com/)

Ratisbona, dunque, non fu soltanto una frattura, ma anche l’inizio doloroso di un dialogo più adulto, finalmente costretto ad affrontare le differenze reali. Una verità arrivata con vent’anni di ritardo. La nuova Nota vaticana riconosce che il dialogo viene minacciato dal fondamentalismo, dai pregiudizi, dalla manipolazione politica della religione e dalle guerre combattute invocando Dio.

Recuperare Ratzinger per recuperare credibilità

È probabilmente questo il significato più importante del recupero di Ratzinger, la religione deve rispondere davanti alla ragione, alla coscienza e alla dignità umana. Benedetto XVI non aveva trovato sempre le parole diplomaticamente migliori, ma aveva individuato una malattia destinata a diventare ancora più grave nel nostro tempo. Oggi vediamo religioni utilizzate per benedire bombe, giustificare occupazioni, costruire identità aggressive, cancellare popoli, perseguitare minoranze e trasformare il diverso in un nemico.

Ratisbona non era il problema

Ratisbona ritorna quindi non come un’accusa contro l’islam, ma come un processo contro ogni altare sul quale venga deposta un’arma ancora sporca. Il Vaticano ha impiegato vent’anni per riconoscere quella domanda, forse perché le istituzioni comprendono lentamente ciò che la storia urla immediatamente agli uomini. Meglio tardi che mai, certamente, purché il dialogo non diventi nuovamente una coperta diplomatica stesa sopra le vittime per nasconderle agli occhi del mondo.

© Fabio Fiorina

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