Questo è stato un voto politico. Un voto in cui la cittadinanza ha espresso un disagio, una non accettazione delle politiche meloniane. Se in questo referendum, oltre alla riforma giustizia, avrebbero aggiunto: sosteniamo ancora economicamente l’Ucraina? Sosteniamo ancora con armi e politica Israele? Sosteniamo ancora la politica di Trum? Vi assicuro che oggi questo governo avrebbe fatto i bagagli da palazzo Chigi.

Questo è stato un voto politico

Perché il punto è proprio questo, il potere prova sempre a ridurre tutto a una questione tecnica, a una scheda, a una crocetta, a un dettaglio giuridico. Ma sotto quella croce c’è un macigno, c’è una rabbia accumulata, c’è una distanza ormai siderale tra chi governa e chi subisce. Non è un referendum, è un termometro. E la febbre è alta. Provano a raccontarla come una consultazione neutra, sterile, quasi burocratica.

Una menzogna comoda

Una menzogna comoda. Qui la gente non ha votato solo su una riforma, ha votato contro un metodo, contro una linea politica percepita come arrogante, cieca, impermeabile. Ha votato contro un governo che decide, impone, poi si stupisce se il Paese si ribella nel silenzio dell’urna.

Questo è stato un voto politico

E allora il messaggio è semplice, brutale, impossibile da addolcire: la fiducia si è incrinata. Non con uno scandalo, non con un crollo improvviso, ma con una lenta erosione che oggi presenta il conto. Questo voto è un avviso di sfratto politico, non ancora esecutivo, ma già scritto.Possono ignorarlo, possono minimizzarlo, possono rifugiarsi nei numeri e nelle interpretazioni di comodo. Ma ogni volta che il popolo trova uno spiraglio per parlare, anche dentro un quesito limitato, dice molto più di quello che c’è scritto sulla scheda. E stavolta ha parlato chiaro.

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